Homo Sapiens, la grande storia della diversità umana

La mostra “Homo sapiens, la grande storia della diversità umana” risente positivamente del lungo soggiorno dei due curatori principali Luigi  Luca cavalli Sforza e Telmo Pievani in ambito anglossassone: il primo ha insegnato genetica a Stanford in California per buona parte della sua vita professionale, il secondo, invece, ha perfezionato la sua specializzazione in biologia evolutiva e filosofia della biologia presso l’American Museum of Natural History di New York per poi tornare a lavorare in Italia.

Il background statunitense si sente molto in questa mostra concettualmente e strutturalmente diversa da quelle a cui siamo abituati qui in Italia: l’effetto scenografico è di forte impatto, tanto da catapultarti subito nel Pliocene attraverso il diorama di apertura in 3D che fa assistere al fenomeno della formazione delle impronte fossili di Laetoli. Orme lasciate da ominidi della specie Afarensis, il cui fossile più famoso, Lucy, fa da apripista al lungo percorso della mostra.

Stravolge subito la nostra idea di museo e di mostra “Homo sapiens”, facendo del suo obiettivo di raccontare da dove veniamo e come si è formata la diversità umana il mezzo tramite il quale ripensare il rapporto con la nostra storia (la sezione 5 “Italia, l’unità nella diversità” è interamente dedicata al nostro Paese) e quella delle altre culture, partendo proprio da quella matrice comune che è la nostra discendenza dagli ominidi africani e dal viaggio che li ha portati a colonizzare il mondo intero.
Si differenzia non affidando contenuti e allestimento a un’unica disciplina, ma utilizzando uno strumento caro a Cavalli Sforza: quella multidisciplinarietà tra paleoantropologi, antropologi e linguisti che è l’anima stessa dell’evento. Il risultato è un modello di comunicazione  seduttivo: allestimenti tecnologici e interattivi (exhibit interattivi e exhibit hands-on appositamente progettati), diorami realistici, pannelli con contenuti chiari e leggibili (almeno per gli italiani), una ricchezza espositiva notevole, con reperti rari. Lascio a Moreno Tiziani la descrizione tecnica della mostra per concentrarmi su due messaggi che vanno oltre la bellezza dell’evento in se stesso; l’insostenibilità del pregiudizio razziale e il fascino di fare scienza.

Come antropologa culturale ho potuto trovare un reale sostegno ai miei studi studiando l’uomo dal punto di vista anche biologico, solo in questo modo ho evitato quell’epiteto irritante che troppo spesso si vede accollato l’antropologia culturale, ovvero di essere una disciplina “buonista” volta a salvare il buon selvaggio di turno… Studiando l’evoluzione umana ho dato dignità a quella culturale.

Il gioco delle nostre origini si gioca in due: natura e cultura, e le regole che si sono stabilite hanno dei perchè che, se ignorati, portano al pregiudizio. L’universalità della specie umana, pur nelle sue molteplici differenze, va dimostrata sul piano scientifico e culturale, perchè il dubbio vengato fugato sempre più. L’opera dello stesso Lévi-Strauss è pervarsa dalla convinzione dell'”Uguali e diversi“, la controparte culturale del lavoro condotto da Cavalli Sforza potremmo dire.

Ecco perchè sono convinta che mostre come Homo Sapiens, piene di bambini coinvolti nel gioco, sapientamente proposto – seduttivo come un ultimo avveneristico videogioco – abbiano la capacità di sedimentare a lungo, creando consapevolezze e saperi tali da mitigare il pregiudizio degli adulti… e in questi ultimi smascheri quell’ignoranza che troppo spesso si nasconde nella paura dell’Altro, specie oggi che “cacciato dalla porta della scienza, il concetto razziale è però rientrato dalla finestra della cultura” (Aime, 2011).

Ben venga quindi, per adulti e bambini, la messa in discussione di concetti quali nazione, identità, lingua, multiculturalismo, origini, etnia attraverso tutta una serie di domande troppo spesso ignorate o date per scontate:

Da dove veniamo? Perché siamo tutti africani? Davvero nelle nostre cellule ci sono ancora le tracce della prima donna che ci ha lasciato il suo Dna mitocondriale e del primo uomo che ci ha lasciato il suo cromosoma Y? Perché le razze umane esistono solo nella nostra testa? Ma è vero che fino a poche decine di migliaia di anni fa su questo pianeta noi convivevamo con altre quattro specie umane? Che fine hanno fatto? Le abbiamo estinte noi? Ci siamo fusi con loro? Quando è nata la mente umana moderna? Come siamo riusciti a colonizzare terre lontane e difficili come l’Australia e le Americhe, attraversando mari, foreste, steppe e ghiacciai? Perché i geni del pidocchio ci dicono quando abbiamo cominciato a vestirci? Come è possibile che da 25mila fondatori siamo diventati sette miliardi? E perché quando arriviamo noi altre specie si estinguono?

Infine, lavori di così ampio respiro possono lasciare nei bambini e nei ragazzi il fascino e l’amore per la scienza, troppo spesso oggi criminalizzata dall’azione poco etica delle nuove tecnologie ma più di tutto da una sua cattiva comunicazione. E‘ la scienza che deve cercare di rendersi interessante agli occhi del pubblico, e non viceversa…  Homo Sapiens ci riesce perfettamente.

3 Replies to "Homo Sapiens, la grande storia della diversità umana"

  • Homo sapiens, la mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma | Professione Antropologo 10 dicembre 2011 (19:45)

    […] Galasso, su Evoluzione Culturale, ha bene espresso sensazioni e concetti comunicati dalla mostra. Qui vorrei soffermarmi su due […]

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    Elisa 20 marzo 2012 (16:25)

    Anche io ho trovato la mostra un’ eccezionale strumento di divulgazione, utile a sfatare certi miti purtroppo ancora molto diffusi, come quello delle razze.
    Trovo il tuo blog davvero molto interessante, complimenti!

    • comment-avatar
      Lucia Galasso 20 marzo 2012 (20:46)

      Grazie Elisa, trovo che mostre del genere, così sapientemente allestite e offerte a grandi ma soprattutto a piccoli, possa fare veramente molto… Felice che il blog ti piaccia, a presto quindi 🙂

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