La topomastica del pane a Roma

Spesso ci troviamo a camminare per le strade di una città, o di un paese, domandandoci come mai abbiano quel particolare nome. Molte volte quei nomi hanno riferimenti, più o meno chiari, a professioni o alimenti che venivano esercitate o consumati in quei luoghi, e Roma non sfugge a questa realtà.
Sono riuscita quindi a documentare l’origine del nome di alcune vie di Roma legate, più o meno, direttamente al pane e al suo mondo. Nel farlo mi si è ovviamente aperto un mondo, tra cui l’origine romana del consumo di pane e prosciutto e del panino con la porchetta.

I nomi delle vie e dei vicoli della Capitale sono ricchi di riferimenti alimentari, tra cui spiccano quelli relativi al mondo dei prodotti da forno. La topomastica, lo studio storico dei nomi di un luogo, ci permette non solo di ricavare delle informazioni sulla Roma antica e cristiana ma anche di avere uno spaccato pittoresco sulla vita quotidiana delle persone che vi vivevano.
Etimologia, epigrafia, simbologia e altre scienze si fondono insieme per raccontarci come alcune caratteristiche di un luogo abbiano preso il nome che hanno, grazie a tutta una serie di vicende o utilizzi che quel posto aveva. Ovviamente in alcuni casi il reale significato si è andato a perdere nelle varie stratificazioni storiche e vicende umane, ma di certo questo nulla toglie al grande fascino storico e umano che riescono a trasmetterci.

Ecco le vie di Roma:


Farinone (vicolo del) – (Rione XIV: Borgo)
Il toponimo, situato tra via dei Corridori e Borgo Pio, prende il nome dai magazzini di grano e da una mola che si trovavano qui.

Fornari (via dei) – (Rione II: Trevi)
La via, che va da piazza della Madonna di Loreto a via Quattro Novembre, si trova nel punto dove fin dall’antichità esisteva il Foro Pistorio (mercato del pane) e l’omonimo ”Collegium Pistorium” (Collegio dei Fornai) istituito fin dall’epoca repubblicana e riformato da Traiano nel II secolo d. C.
Secondo Plinio il Vecchio, il mestiere di fornaio iniziò a Roma intorno al 580 a.C. con l’aumento della popolazione, l’attuazione del regime patriarcale nei confronti delle donne, incaricate fino ad allora di confezionare il pane la necessità di una rapida diffusione del prodotto al fine di migliorare le condizioni di vita non solo dal punto di vista alimentare, ma anche economico e sociale. Per tutti questi motivi si aprirono pubblici stabilimenti di frumentari (o pristina), dove gli schiavi, scelti prevalentemente tra i ciechi, macinavano il grano spingendo in circolo una mola, e si aprirono pure forni dove i fornai (pistores) confezionavano il pane e lo vendevano davanti alle botteghe, esponendolo su alti gradini di legno, affinché gli acquirenti potessero verificare peso e qualità.
Con il trascorrere dei secoli la corporazione dei fornai romani perse a poco a poco la sua importanza, tanto che nel medioevo i fornai più noti per la loro maestria nel confezionare il pane erano quelli provenienti da Firenze e dalla Germania. All’inizio del secolo XVI, i fornai romani ripristinarono una Corporazione o Università dei Fornari che nel 1507 costruì la Chiesa di SS. Maria di Loreto, proprio nel luogo dove fin dall’antica Roma esisteva il Foro Pistorio.

Forno (vicolo del) – (Rione II: Trevi)
Il toponimo, situato tra Piazza di Trevi ed oltre, prende il nome da un forno esistente da tempo immemorabile e gestito fin dal 1939 dai Fratelli Ciocci i quali, molto probabilmente cuocevano il pane e lo distribuivano alle altre panetterie, perché tutte quante le panetterie, prima del 1870, erano prive di forno. Quest’ultime, erano dette ”Orzaroli” o “Grici” (quest’ultimo termine indicava l’origine svizzera dei panettieri provenienti, in maggioranza, dal Cantone dei Grigioni). Questi panettieri affidavano la consegna del pane a domicilio a un garzone detto “cascherino”.

Granari (vicolo dei) – (Rione VI: Parione)
Situato tra via di S. Maria dell’Anima e via Teatro della Pace, ebbe in antico, come nome, via dell’Arco dei Mellini, mutato poi nell’attuale, a causa dei depositi di grano qui esistenti, di cui parla anche G. Bernardini nella sua opra “Descrizione del nuovo ripartimento dei rioni”, Roma, 1774.

Moletta (via della) – (Quartiere X: Ostiense)
il luogo prende il nome dalla strada, che anticamente andava dalla via Ostiense al Vicolo della Travicella, fuori Porta S. Paolo e che oggi va da via Girolamo Benzoni a Piazza Giovanni da Verrazzano.
Deve il suo nome a una piccola mola installata per la rimacina dei semolini. Questa operazione fu necessaria in quanto le Dogane Pontificie e le autorità annonarie avevano scoperto che alcuni mugnai disonesti mescolavano la farina di grano con residui di semole, frodando così il fisco pontificio e danneggiando la salute dei cittadini che erano costretti a mangiare, a causa di questa frode, pane adulterato

Monte della Farina (via del) – (Rione VIII, S. Eustachio)
Secondo il Blasi il toponimo, situato tra via del Sudario e Piazza Benedetto Cairoli, prese il nome da un’altura su cui era collocato un mulino e riporta come prova il fatto che nelle vicinanze la Chiesa di S. Elena, in seguito demolita, era detta “ad Molinos”, anche in ragione della sua appartenenza alla Confraternita dei Molinari. Al numero civico 11 di questa via era situato il Caffè del Buco, frequentato dal Belli che abitava nelle vicinanze. Il Delli invece, nell’opera monografica “Le strade di Roma” demolisce l’asserzione del Blasi definendola “risibile”, perché la zona in questione formava la palude Caprera o della Capra e perciò in questo luogo non poteva esserci un’altura. Sia Delli che la pubblicazione del Blasi sostenevano che il nome derivava da un “Monte della Farina” ossia da una sorta di prestito obbligazionario, istituito fin dal tempo del Papa Clemente VII dalla Reverenda Camera Apostolica in tempo di carestia, le cui cedole, dette ”Luoghi di Monte” venivano vendute ai sottoscrittori, che si assicuravano una rendita stabile e fissa, mentre il ricavato della vendita delle cedole serviva per l’acquisto della farina panificatrice.

Panetteria (via della) – (Rione II: Trevi)
situata tra via del Tritone e via dello Scalone, prima via Nuova, prende il nome dal luogo in cui si trovava la Panetteria pontificia, che era solita fornire gratuitamente e periodicamente pane, pasta, olio e vino ai componenti della famiglia Pontifici del Quirinale, e in tempo di carestia anche ai poveri e alla popolazione, fino all’inizio del secolo XIX quando Papa Pio VII soppresse la tradizione perché le finanza pontifici non potevano sostenerne il peso.

Panisperna (via) – (Rione: Monti)
E qui troviamo la genesi del panino con il prosciutto.
A Roma vi era l’usanza, fin dall’antichità, di distribuire pane e prosciutto presso la chiesa di S. Lorenzo in Panisperna (in questo luogo, infatti, il santo patì il martirio bruciato vivo su una graticola il 10 agosto del 258 d. C.). Luigi Zainetti, nella su opera “I tesori nascosti nell’Alma Città di Roma raccolti e posti in Ivce per opera D’Ottauio Pancroli” (1600), il termine “panisperna” ha il significato di pane e prosciutto ( dal latino “perna” che significa porco e “panis” che significa pane), cibo rituale che veniva consumato presso il Tempio di Giove Fagutale, sul quale fu edificata la chiesa di S. Lorenzo in Panisperna. In questo luogo, in onore del re degli dèi, veniva sacrificato un maiale alimentato a ghiande, che rendevano più saporite le sue carni. L’istituto del sacrificio, nella zona mediterranea, prevedeva che alle divinità spettassero le sole interiora, e quindi il resto della carne veniva confezionata in forma di prosciutto e data ai fedeli accompagnata con il pane.

Pane e Porchetta (Esquilino)

A S. Antonio Abate dobbiamo invece il rituale del pane con la porchetta. Presso la chiesa dedicata al santo sull’Esquilino, il 17 gennaio di ogni anno, si celebrava la benedizione degli animali. Secondo alcuni studiosi di epoca rinascimentale sulle fondamenta della chiesa di Sant’Antonio abate esisteva un tempio dedicato a Diana, in particolare Diana cacciatrice. In questo luogo gli archeologi ritrovarono pareti e lastre tombali che raffiguravano animali di ogni tipo, per lo più selvaggi. Fra gli animali sacri a Diana Lucina vi era un porcello, simbolo della fecondità, che le puerpere portavano in dono alla dea per ringraziarla di averle assistite e protette durante il parto e di aver concesso loro un erede. Quando l’editto di Costantino, nel 313, dette libertà di culto ai cristiani, in piena parità con le altre religioni dell’impero, la regola di vita anacoretica di Sant’Antonio, fra le aspre montagne del Sinai, in continua penitenza, si diffuse in tutta Europa e generò un vero e proprio culto. Poiché era noto che il santo prediligeva gli animali, fra i quali anche i porci, l’autorità della chiesa, facendo proprie usi e credenze pagane, non in contrasto con i dogmi cristiani, sostituirono l’offerta del porcello a Diana con quella a Sant’Antonio abate, inteso come protettore degli animali, con lo scopo di rendere meno traumatico il distacco dalla vecchia credenza a quella nuova (specialmente per chi viveva nelle campagne). In questo modo gli animali prima posti sotto la tutela di Diana, passarono sotto la protezione di Sant’Antonio e il porcello della dea fu scacciato dal porco di Sant’Antonio.

Durante questa festa, secondo quanto redatto nel 1592 dal sacerdote francese Charles Anisson, si facevano salare e speziare da sette a otto quintali di carne suina della quale, chiunque dei fedeli portasse un dono al Santo, avrebbe ricevuto una fetta di mezza libra sul pane, accompagnata da formaggio e da un sorso di vino, fornito questo dai vignaioli di Velletri ma che veniva barattato con un vino dei castelli perché fosse più potabile.

In realtà le storie legate al pane a Roma sono ancora molte e spesso legate a luoghi fisici o al tessuto religioso della capitale, piano piano andrò a integrarle al mio libro, dove tra l’altro potete trovare un paragrafo dove viene spiegato il rapporto tra pane e cognomi italiani (molti dei quali non ci sembrano neppure collegabili). Insomma, da ora, passeggiare per alcune vie romane ci parlerà di pane & Co. E forse, su qualche citofono, alcuni nomi potranno fare lo stesso.

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