Il mito delle origini di Massimo Montanari

Il campo dei libri che trattano la storia dell’alimentazione è immenso, e sicuramente Massimo Montanari vi ha contribuito in maniera decisiva. Eppure questo piccolo libro, da solo, può essere considerato una summa di tutto quel sapere, perché fondamentalmente è un breve manuale metodologico – tra storia e antropologia – su come si fa ricerca. Lo fa, prima di tutto, chiarendo quei meccanismi e quella terminologia che troppo spesso si prestano ad ambiguità, concetti vaghi che rischiano pericolose manipolazioni nei loro usi politici, economici, sociali e culturali.

Indagando uno dei piatti tipici dell’identità (culinaria) italiana – gli spaghetti al pomodoro – Montanari riesce in un’impresa difficile: chiarire il concetto delle origini e dell’identità (di un alimento). Ma di fondo ci regala una griglia interpretativa utile a essere applicata in ogni contesto in cui questi concetti ambigui fanno capolino.

Origini e identità sono due concetti cari all’antropologia, seppur abbastanza problematici. Montanari li decostruisce con la semplicità dello storico navigato, e grazie all’aiuto di un grande studioso del Novecento: Marc Bloch.
Ambedue questi termini li troviamo spesso usati nel mondo dell’enogastronomia, in grado di scatenare veri e propri flame nel reale e nel virtuale, se non ben intesi.

Consapevole di questo Montanari ci insegna l’importanza del distinguerli e contestualizzarli. Le origini abitano il passato, le identità il presente. Le prime non vanno usate per spiegare, sono semplicemente un inizio, le seconde sono invece vitali e in continua dialettica con il presente e con il futuro. Nessuna delle due deve essere considerata statica e data una volta per tutte, e in questa distorsione che si generano false convinzioni su cui speculano la retorica del marketing e della pubblicità, e che fanno dell’origine una valore di per sé.

Il marketing, lavorando sulla potenza delle emozioni, sa perfettamente che questi termini hanno un effetto rassicurante, appagante sulle persone. E una bella narrazione – anche se declassa la storia – non si rifiuta mai, perché è in grado di rispondere all’urgenza di riconoscere un’origine certa a cui appellarsi quando tutto sembra franare. Ma il segreto della tradizione non è questo; sicuramente non negli inizi, ma nel cammino di mescolanze, contaminazioni, incontri, evoluzioni che hanno portato fino al nostro presente:

“Alle origini di ogni cosa c’è solo un inizio: per cercare l’identità serve tutta la storia, fatta di incontri, incroci, mescolanze”.

Questo vale anche per il piatto di pasta preso in considerazione, decostruito storicamente, attraverso i suoi elementi costitutivi:

  • Ingredienti;
  • Tecniche di cottura, assembramento e trasformazione;
  • Modalità d’uso (usi locali, sociali, generazionali).

I capitoli sono dedicati a uno o più di questi aspetti, avremo così la storia culturale della pasta, del pomodoro, dell’aglio e della cipolla, del formaggio, del peperoncino e del basilico, la cottura al dente, la nascita della forchetta… Solo per dirne alcuni. Il fine è quello di ricostruirlo, pezzo per pezzo, sotto i nostri occhi, anche attraverso le modalità fisiche attraverso le quali gli italiani si sono relazionati a questo piatto.

Un lavoro certosino di decostruzione e ricostruzione che porta a far riflettere il lettore su come l’identità non corrisponde alla radici. Le righe che chiudono il libro sono molto belle, lascio a voi il piacere di gustarle.

Di certo questo piccolo libro è riuscito a darmi più di tanti grandi libri di cultura dell’alimentazione, perché è concreto come il piatto di spaghetti di cui parla.

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