Scintillante e purpureo: il vino nella Grecia antica

di Sandra Busatta

Gran parte della cultura moderna del vino deriva dagli antichi greci. La vinificazione da uve selvatiche esisteva fin dal tardo Neolitico a Dikili Tash, ma la domesticazione della vite si diffuse in Grecia solo nell’età del Bronzo Iniziale.
Il termine “vino” deriva dal sanscrito vena ‘amare’, da cui viene anche Venus, Venere. Il sanscrito vena deriva da una radice proto-indoeuropea *win-o-. L’epica greca ha due parole per ‘vino’: [v]oinos e methy (methu). Nel contesto epico methy è indistinguibile da oinos, anche se in epoca più arcaica si riferiva all’idromele.
Nella cultura minoica del II millennio a.C. il vino e il sacro toro erano collegati sotto forma di coppe potorie a forma di corno, i rhyta, o a forma di testa di toro. Durante il periodo miceneo il vino assunse maggiore importanza culturale, religiosa ed economica rispetto al vino di miele fiorente prima della cultura del vino, cui prestò personaggi e mitologie.

Il nome Dioniso si trova in due tavolette in lineare B come di-wo-nu-so, in un caso connesso al miele, nell’altro possibilmente al vino. A Cnosso compare il nome i-wa-ko, ma si trova più spesso il femminile i-wa-ka. Kerenyi propone per i-wa-ko la termine greco Iakcho, il grido enfatico ripetuto nelle processioni, derivato dalla stessa radice dei nomi micenei. La sua forma fonetica distingue i termini micenei dall’omerico iakhè, iàkho, iakhèo, mostrando la parentela con il latino vatis, ‘vate’ e il sanscrito vac ‘parola, voce’. Vac identifica la Dea vedica della Parola, in particolare quella detta nell’offerta sacrificale (yajña). Lo Iakchos greco era anche portatore di fiaccola, un aspetto di Dioniso deriva dall’epoca minoica e dal suo legame con la festa dei fuochi dell’anno di Sirio (aspetto ripreso nei Misteri Eleusini) che punta al rapporto dionisiaco con la luce e il fuoco, secondo quanto riportano Euripide e Luciano.
Nell’epica il vino, oinos, è dolce, più spesso è luccicante, ma anche rosso o nero come il sangue. Sembra che i greci avessero un debole per il sapore dolce, dato che più dolce era il vino, più alta era la qualità e maggiore la sua forza. Il vino era gustato misto ad acqua e, in generale, l’etica epica vedeva l’ubriachezza come una condizione pericolosa e vergognosa. Le liriche di Anacreonte, tuttavia, lodava l’ubriachezza.
Poeti e studiosi riconoscono una connessione tra Medea e Dioniso: fu Medea che insegnò a Dioniso il miracolo del ringiovanimento, cioè l’arte della vinificazione, e quindi portò il processo in Grecia secondo un mito ripresa da Aristofane e poi da Ovidio.
Fin dall’antichità l’Asia minore orientale e il Caucaso meridionale erano ricchi di minerali come oro, argento, rame, ferro, piombo e zinco e possiamo supporre che la diffusione della coltivazione della Vitis vinifera e la vinificazione si siano diffuse da lì col commercio dei metalli durante l’età del Bronzo. I miti greci lo confermano: Medea tornata dalle regioni occidentali, si ferma a Iolco, Tessaglia, una regione dove il mito la collega a Dioniso. I racconti mitologici su Medea sembrano corrispondere a una percezione greca dell’origine del vino alternativa a quella di Dioniso: è Medea che porta il vino dall’Oriente.
Nelle Argonautiche Apollonio Rodio istituisce un chiaro nesso fra due saghe solari: la morte di Fetonte, figlio di Helios, che cade nell’Eridano e quella del fratello di Medea, Apsyrto, chiamato anche Fetonte, nipote di Helios, morto mentre cercava di catturare gli Argonauti. Entrambi gli eventi, la morte dei due Fetonti, si svolgono a ovest, nella terra del tramonto e dell’Eridano, una chiara entrata dell’Averno. Esiste peraltro una connessione, tramite il nome di Apsyrto, tra l’oro e il vino, descritto nell’epica come ‘scintillante’, ma anche ‘purpureo, viola’, che è anche il colore del mare in Omero e dell’Eridano in Euripide. Per i greci il mare era funesto e quindi il colore purpureo equivaleva a ‘scuro’, nel senso di ctonio, in opposizione al carattere ‘scintillante, luminoso’ che il vino può avere. Figlio della ninfa di un torrente aurifero del Caucaso Asterodeia (Stella Rosa, dal brillare dell’oro), Apsyrto contiene nel nome il termine ‘membro, giuntura’, da cui ‘fatto a pezzi’ o ‘Smembrato’, ma anche la parola greca syrtos, ovvero oro alluvionale. Apsyrto, soprannominato Fetonte, ‘lo Splendente’, si collega al Vello d’Oro, che però alcuni autori, come Simonide e Acusilaus, descrivono come ‘purpureo’. Nelle Argonautiche Apsyrto, è connesso alla tunica purpurea tessuta dalle Grazie per coprire l’amplesso di Dioniso con Arianna. Lo scopo della stoffa è celare l’amplesso, perché i greci ritenevano l’amore allo scoperto sconveniente, ma il colore della tunica e l’idea di coprire fanno pensare anche alla copertura di una tomba, o alla copertura del vino in anfora posto a fermentare. Lo Smembrato per eccellenza, che risorge/ritorna, è proprio Dioniso.
Lo smembramento è peculiare dei culti legati al vino e alla vite e rappresenta l’aspetto terribile, ctonio, della religione dionisiaca del vino. L’idea della morte per sbranamento o smembramento non è solo un tipico mitema dionisiaco, ma faceva anche parte delle cerimonie legate alla viticultura e al vino come documentato in molte ceramiche. Attesta Firmico Materno che a Creta, dove Dioniso Zagreus era chiamato Chtonios e si identificava con Ade, ad anni alterni vi era una festa in cui veniva sbranato vivo un toro (personificazione di Dioniso). Plutarco riporta come epiteti del dio, Omestes,Omadios, Omofagos, ovvero ‘che mangia carne cruda’ e Agrionios, il ‘selvaggio’.
Le Agrionie, feste annuali segrete di Orcomeno,Beozia, mettevano in rilievo il carattere feroce di Dioniso: commemoravano la morte di Ippaso, fatto a pezzi dalle Menadi. Secondo Plutarco le Agrionie erano celebrate di notte solo da donne accompagnate dai sacerdoti di Dioniso che in genere vestivano di nero. Egli riferisce anche di un sacrificio umano: nella festa alcune ragazze fingevano di cercare Dioniso, poi sedevano e recitavano indovinelli, finché il sacerdote del dio usciva dal tempio, spada in mano, uccidendo (sembra all’inizio letteralmente, poi simbolicamente) la prima che riusciva ad afferrare. Nelle Agrionie di Cheronea era invece il sacerdote a fuggire dalle donne e dallo smembramento. Feste simili avevano luogo a Tebe, Argo, Lesbo, Chio, Creta e in Tracia.
I primi templi dionisiaci erano di solito situati oltre le mura della città, nei pressi di paludi e acquitrini e i rituali dei micenei erano probabilmente simili ai riti in uso ancora in epoca classica a Ceo e Tenedo. A Tenedo allevavano una vacca gravida per Dioniso anthroporraistes, e dopo il parto l’assistevano come una puerpera. Il vitello neonato, dopo avergli fatto indossare i coturni, era sacrificato con l’ascia bipenne e il sangue mescolato al vino. L’uccisore era preso a sassate dagli spettatori e fuggiva fino alla spiaggia. Sembra che la lapidazione fosse reale all’inizio e solo in seguito divenne simbolica. In seguito al rituale fu aggiunto il sacrificio di una capra che, come il toro o il vitello, è considerata manifestazione di Dioniso. Ricordo qui che la parola tragedia viene da ‘tragos‘, il caprone, che è sacrificato in onore di Dioniso. Il sacrificio combinato del dio e del sacrificatore metteva in scena il mitologema del dio ucciso (per poi resuscitare) e della morte del suo persecutore.
Da quanto sopra possiamo affermare che la produzione di vino era connessa con i morti e con sacrifici cruenti che riproducevano i processi di coltura della vite e della vinificazione. Il bacino di pigiatura poco profondo e le vasche ritrovate fin dai siti archeologici armeni e georgiani, sono simili a una tomba, mentre i processi di riproduzione delle viti e la produzione del vino implicano il fare a pezzi parti della pianta e la bollitura. Non sorprende perciò che sia Dioniso che Medea siano connessi con l’Altro Mondo. A dispetto della tarda fama di cattiva madre (e sorella), Medea, dea della sovranità, della guerra, signora degli animali, era anche un’arcaica dea del vino e della vite, di tipo solare/ctonio, e i miti che la riguardano mostrano precisi indizi sia nei nomi che nelle azioni.
La stessa connessione con la vinificazione appare nella storia della morte dei figli di Medea. L’elemento sacrificale è chiarito dall’abito di Medea nell’iconografia vascolare, che è quello del sacrificatore rituale. Vi sono poi i dettagli del culto a Corinto di Medea e dei suoi figli,la cui morte è soggetto di varianti mitiche, di cui quella di Euripide è solo la più famosa.
Poiché Apollonio Rodio accomuna Fetonte caduto nell’Eridano e Fetonte/Apsyrto, possiamo suggerire che in entrambi i casi i due Fetonti risorgeranno. Fetonte/Apsyrto come vino, Fetonte, figlio di Elios, come doppio di suo padre, risorgerà all’alba.
In un solo caso Medea non ‘ringiovanisce’ qualcuno nel calderone: quando inganna le figlie di Pelia, re di Iolco, inducendole a fare a pezzi il padre nella speranza di restituirgli la giovinezza come ella aveva fatto quando aveva smembrato un vecchio ariete e lo aveva bollito nel suo tripode, da dove era balzato fuori un agnello, un tema riprodotto nell’arte vascolare dal VI secolo a.C. in poi.
Pelia significa ‘livido, violaceo’, nome preso da un segno livido (pelion).Poiché il colore violaceo è connesso al vino, possiamo immaginare che Pelia fosse metonimico per “voglia di vino” e metaforicamente ‘diventi’ mosto nel calderone di Medea. La bollitura dell’uva era un metodo per aumentare il grado di dolcezza del vino e io penso che questa parte del mito, che implica la bollitura in un calderone, adombri anche il ribollire del mosto. D’altronde il colore viola purpureo, riferito al vino e al mare, è un indicatore di tipo ctonio come “ctonio” era processo per cui il vino viene sepolto nelle anfore sotto terra a fermentare, finché non risorge come scintillante bevanda da consumare, come ci mostra la tradizione del vino in anfora georgiano.

Sandra Busatta vive a Padova. Laureata in lingue e letterature straniere, con specializzazione in inglese con una tesi su John Osborne, ha anche una discreta conoscenza del francese e dello spagnolo. Ha insegnato inglese nella scuola superiore a Padova e provincia fino alla pensione. Ha un Master in Social Anthropology presso l’Università del Galles, Lampeter.

È stata teaching assistant al dipartimento di Antropologia culturale, Facoltà di Psicologia dell’Università di Padova, dal 1996 fino al 2008. Le sue esperienze come americanista specializzata nelle culture indigene americane, quella in Irlanda del Nord durante gli anni 1980 e la sua conoscenza della cultura anglosassone e della Frangia Celtica, delle Americhe (USA, Canada e Messico, in particolare) l’hanno resa sensibile alle tematiche dell’Immaginario metropolitano, e delle questioni connesse alle nozioni di Cultura, nazione, razza e identità etnica.

La sua storia di femminista l’ha resa anche sensibile alle problematiche di genere all’interno delle tematiche citate.

Nel 1978 con la sorella Flavia ha scritto Meglio Rosso che Morto e organizzato la prima conferenza con un nativo americano, Wallace Black Elk, esperienza che l’ha portata a fondare l’associazione SOCONAS INCOMINDIOS. Nello stesso anno partecipa ai lavori della Sottocommissione per i Diritti Umani e contro l’Apartheid all’O.N.U. a Ginevra. Nel 1980 è delegata per l’Italia al I Convegno Indio a Ollantaytambo (Peru) e al IV Tribunale Russell a Rotterdam.

Nel 1983 partecipa alla Second World Conference to Combat Racism and Racial Discrimination presso le Nazioni Unite a Ginevra; nel 1988 partecipa al convegno Urihi a Milano e alla International NGO Conference for Action to Combat Racism and Racial Discrimination in the Second UN Decade, a Ginevra,

E’ membro di Antrocom Onlus, di AIW (American Indian Workshop, network dell’americanistica indigena europea) e dell’AISEA (Associazione Italiana di Scienze Etno-antropologiche).

Ha scritto numerosi libri e articoli, tra cui ‘Cavallo pazzo è morto! Il nazionalismo Sioux e tante altre cose narrate da una femminista’ Ed. Senzapatria (1992) e ‘Oro catene e sangue. La schiavitù indiana nel Nord America’, L’angolo Manzoni TO, 1996 e collaborato all’organizzazione di varie mostre tra cui La Riscoperta dell’America (festival nazionale dell’Unità di Genova 1989), l’Apocalisse piumata’ (Arezzo 1992), ‘Indiani di carta’ (Padova 1995) e ‘Gli Indiani Hopi e un Freudiano’ (Padova 1997), ‘Da Montezuma a Massimiliano’ (Padova 1998). Accurata artigiana e riproduttrice di oggetti di cultura materiale dei nativi americani e della preistoria europea, ha fornito consulenza per collezioni private, istituzioni e musei. È fotografa esperta ed apprezzata e ha fatto parte della redazione della rivista on -line HAKO. Attualmente si occupa dell’interpretazione antropologica dell’archeologia veneta.

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