Il Lavash, il pane armeno… e l’etnoarcheologia

 

Una delle fasi della preparazione  del Lavash (Foto di Alessandro Bezzi)

Con questo post nasce un gemellaggio con il blog ATOR (Arc-Team Open Research) degli archeologi di Arc-Team ed Evoluzione Culturale. Ci scambieremo post e si collaborerà attraverso quello che per me è l’aspetto più vicino all’archeologia (dal punto di vista dell’etnologia): letnoarcheologia e il cibo. Un percorso che è già iniziato qualche mese fa avvicinandomi a temi come la rievocazione storica e l’archeologia sperimentale, curando eventi, dal punto di vista scientifico, come “Antiche vie, antichi sapori. Cibo e ospitalità lungo la via degli Abruzzi“.

Come è buona tradizione mediterranea, ma non solo, condivideremo questa avventura attraverso un gesto sacro: quello di condividere l’alimento cardine, il pane. Diventando così a tutti gli effetti compagni (da companatico, sodali che si cibano del medesimo nutrimento).

Arc-team lavora molto spesso nei paesi del Caucaso (Armenia e Georgia in particolare), riuscendo non solo a seguire gli scavi archeologici, ma anche a farsi coinvolgere dalle tradizioni del posto, spesso legate al cibo e al bere.

In Armenia hanno potuto così documentare e interessarsi del processo di panificazione del Lavash, presso un panificio di Erevan. Il Lavash è infatti il pane più popolare, non solo in Armenia, ma in quasi tutti i paesi caucasici, la cui origine è molto antica. Basta osservare la sua preparazione per capire come questo pane sottile e morbido, senza lievitazione, a base di farina di grano duro, acqua e sale, possa aiutare gli archeologi, grazie all’analogia etnografica, a capire non solo l’uso di reperti archeologici ma anche il contesto storico della panificazione in queste aree geografiche (anche se va detto che molti archeologi hanno rifiutato l’uso delle analogie etnografiche in quanto fonte di errore e di una scorretta analisi dei dati).

Comunque sia la lavorazione del Lavash rimane affascinate, la sua forma sottile (e sappiamo che nel pane la forma si ricollega sempre a un forte simbolismo, o come diceva il grande Alberto Cirese “la forma non nutre: veicola informazioni e non calorie“) è il risultato di un lavoro di stesura della pasta che viene poi appiattita ulteriormente contro le pareti calde di un forno interrato di terracotta chiamato tonir in armeno. Una cottura che dura pochi secondi, e regala un pane da consumarsi tutti i giorni come anche nelle occasioni speciali, durante le cerimonie nuziali, per esempio, viene posto sulle spalle degli sposi per augurare la fertilità.

Vi lascio al piacere del breve filmato che ci hanno fornito gli archeologi di Arc-Team, in attesa di altre notizie su questo affascinante paese e sugli usi e costumi alimentari che lo caratterizzano.

1 Reply to "Il Lavash, il pane armeno... e l'etnoarcheologia"

Leave a reply

Your email address will not be published.

undici − sei =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.