Bambole che si mangiano: i pani votivi

Pupazza Frascatana

“Nel Wermland, in Svezia, la contadina col grano dell’ultimo covone impasta un pane in forma di bambina che viene mangiato da tutti i membri della famiglia e rappresenta lo spirito del grano in forma di fanciulla”

e ancora

“a La Palisse, in Francia, si appende un uomo di pasta sull’abete piantato sopra l’ultimo carro di grano che viene dai campi. L’albero e il suo fantoccio sono portati alla casa del sindaco, e vi rimangono fino alla fine della vendemmia, quando si celebra un banchetto nel quale il sindaco distribuisce ai convitati, che li mangiano, i frammenti del fantoccio. Da questi esempi risulta che lo spirito del grano è mangiato in forma umana. Altrove il grano nuovo non serve a foggiare pani di forma umana, ma la solennità con cui lo mangiano basta a dimostrare che viene consumato sacramentalmente, cioè come corpo dello spirito del grano” (Frazer, il ramo d’oro, Torino 1973)

L’uso di consumare pani devozionali antropomorfi (cioè con forma umana) è presente in tutte le popolazioni europee ed extraeuropee, durante tutto l’arco della storia. Questi pani, ancora oggi, si preparano e si consumano in molte regioni italiane, prevalentemente nel centro-meridione.

Alberto Cirese, nell’introduzione a un testo fondamentale sui pani e dolci siciliani e sardi spiega così il legame simbolico tra pane e forma:

 Il pane – e non solo il pane – è stato o resta contemporaneamente alimento e segno, sussistenza e forma. La cosa si manifesta con prepotente evidenza quando si tratti dei prodotti cerimoniali o rituali, e cioè: quando il pane o i dolci sono modellati e confezionati in modo da servire anche (o soprattutto) a significare che è festa (o addirittura che è quella particolare festa, e non un’altra qualsiasi). In questi casi il valore di forma o la funzione di segno travalicano e quasi sopraffano il valore di sussietenza e la funzione di alimento.

[…] Quel che si aggiunge è il valore di “segno”, per cui il pane che di norma deve essere soltanto “buono da mangiare” diventa anche “buono a comunicare”, e cioè capace di veicolare immagini o più esattamente significati che sono diversi dal semplice ed elementare significato di essere se stesso, e cioè pane da mangiare. E questi significati, di cui i pani figurativamente modellati diventano i sig

Foto di Teresa De Masi – Laboratorio Antica casa del torrone di De Nardo Valentino (Soriano Calabro – VV)

nificanti, sono complessi; non solo perché alle figurazioni che possiamo dire naturalistiche (…) si aggiungono figurazioni che dirò metaforiche (…), ma anche e soprattutto perché le varie figurazioni, oltre a veicolare l’immagine dell’oggetto raffigurato, “significano” o rappresentano anche le occasioni specifiche in cui le figurazioni vengono prodotte: il capodanno, ad esempio, o le nozze.
(A.M.Cirese in Pani e dolci di Sicilia e in Plastica effimera in Sardegna: i pani)

Le occasioni di festa, dove questi pani fanno la loro comparsa, sono molte. Non solo si declinano a livello regionale ma anche comunale, ma tra le feste, spiccano la festa dei Morti, Natale e Capodanno, la Pasqua i Santi Patroni e Protettori:

Abbiamo così bambole di farina e zucchero; pani e dolci antropomorfi o in forma di scheletri, tibie ecc., relativi al culto dei morti; pupe e infanti fasciati (Natale), pupi cull’ova, pani o paste dolci “di proporzioni diverse, e con forme di bambola, di pupattola, di prete, di mostro, o d’altro, sopra ed entro le quali forma sono delle uova sode” (Pasqua); chierichetti con la tunica rossa (russuliddi); monaci col breviario; ex-voto di pane che “come quelli di cera o di metallo, riproducono di solito le forme umane, testine o parti del corpo che sono state guarite per intercessione del santo”; u pieri ro Signuri (il piede del Signore), l’ucchileddu di S. Lucia (gli occhietti di S.Lucia); i minni di vergini, pasticcini imitanti le mammelle piccole e tendeggianti delle ragazze” (S. Agata); pupiddi nanau, pupattole a varie dimensioni di pasta mescolata di miele e farina aventi la figura di donna con un cilindro in capo, le mani ai fianchi e vesti così lunghe che appariscono senza piedi, i santi Cosimo e Damiano, figure di pasta melata, e talora coperte di un dolciume rosso, i cannaruzzeda di santu Brasi, piccolissimi pani che si pretende abbiamo forma di gola, la mano di Santa Febronia, di farina, uova e zucchero.
(A. Uccello, Pani e dolci in Sicilia, Palermo,Sellerio, 1976)

Foto di Teresa De Masi – Laboratorio Antica casa del torrone di De Nardo Valentino (Soriano Calabro – VV)

Quella di sopra è una breve rassegna relativa alla Sicilia, sarebbe qui impossibile rendere conto di tutte le realtà, regione per regione, ecco perché, forte di questo esempio siciliano, mi limiterò a segnalare le più famose. Nel Lazio abbiamo la famosissima pupazza frascatana, in Sardegna abbiamo La Franca, La Pompia e Sa guada. In Basilicata troviamo i pupi di Pisticci, in Calabria i Mostaccioli, ma oltre alle bambole di pane abbiamo anche quelle di fichi, di caciocavallo, di marmellata… la fantasia non ha limiti (così come nelle forme, che attualmente ricoprono anche quelle di personaggi dei cartoni animati).

Infine, per ricordare la povertà che caratterizzava le famiglie contadine, dove nulla doveva andar sprecato, si ottenevano dei pani con la pasta rimasta attaccata alla madia:

Finito che si è di spianare, si gratta la madia, e con quella grattatura si fa la jumella, il colluro, le minne di vacca, due o tre pupelle, e un trotaniellu.
(V.Padula, Calbria prima e dopo l’Unità, a cura di A. Marinari, Bari, Laterza, 1977, vol. I, p.70)

mylloi – dolci a forma di pube

La preparazione e il consumo di questi pani sono gesti di devozione, accompagnati sempre dal segno della croce e da un’invocazione. Il loro consumo era ritenuto augurale, in quanto si credeva che proteggessero tutta la famiglia (a volte bestiame compreso) dalla malasorte e dalle malattie.

Il filo conduttore che lega tutti questi pani e dolci, e  ne spiega la presenza durante le feste (siano state queste comuni o private), è l’elemento sacrale e teofagico, si mangia un cibo considerato divino, entrando in comunione con quest’ultimo, assicurandosene così la benevolenza e la protezione.

Sono antichi echi di pratiche magico-religiose, di comportamenti rituali e forme di integrazione sociale che vedono nei modi di preparare, modellare, servire e consumare  una connessione con una ritualità che dava senso al presente… Teniamolo a mente la prossima volta che ci troviamo di fronte la faccia zuccherina di una bambola da mangiare.

4 Replies to "Bambole che si mangiano: i pani votivi"

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    Rossella 10 settembre 2013 (11:02)

    Amando il pane non potevo non leggere il tuo post.
    Girando l’Italia per il pane è curioso vedere come alcuni temi di fondo tornano. I pani antropomorfi ne sono un esempio. In Sicilia e Sardegna poi raggiungono forme più che artistiche.

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    Lucia Galasso 10 settembre 2013 (11:48)

    C’è un mondo dietro i pani devozionali… e sono solo all’inizio del viaggio Ross! 🙂

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    Gabriella Cinelli 10 settembre 2013 (13:15)

    Ciao Lucia , il tuo post è interessantissimo, specie per una come me che deve coinvolgere con il racconto e le storie gli allievi dei corsi di cucina…..Mi permetto di aggiungere un concetto legato al mangiare insieme , allo spezzare insieme che è un must nelle mie lezioni sul pane….l’atto del Cum panis che trasforma chiunque mangi insieme il pane in Compagno di pane ….da qui i mille significati di Compagno…..Grazie per tutto il lavoro di ricerca che fai …e spero di conoscerti presto.

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      Lucia Galasso 10 settembre 2013 (14:07)

      Grazie Gabriella, come giustamente scrive Matvejevic, in “Pane nostro”, la nostra cultura è strettamente intrecciata alla storia e alla simbologia di questo alimento, da solo riesce a raccontarci un popolo, un periodo storico, un’ecologia. Si, anche io spero di fare presto la tua conoscenza!

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