L’approccio evoluzionistico alla cultura II: oltre la memetica

In un precedente post ho parlato di memi, ma questo non è l’unico modo di studiare la cultura, i migliori tentativi nell’applicare i modelli evolutivi alla cultura partono da un approccio diverso da quello proposto dalla memetica.

I teorici del meme hanno dato grande importanza all’evoluzione per selezione naturale, considerandola un processo che richiede differenti tipi, a differenti livelli, di competizione tra i replicatori. Questi studiosi tendono a considerare troppo stretta l’analogia tra gene e meme. Lo stesso Dawkins è arrivato a sostenere che è solo grazie al fatto che gli esseri umani sono “colonizzati” da un altro tipo di replicatore, appunto il meme, che essi sono sfuggiti alla “tirannia del gene”. Vista da questa angolazione, la teoria del meme libererebbe la nostra specie da una forma di determinismo biologico.

Un’alternativa a questa visione presuppone una grande importanza dell’eredità culturale  e cerca perciò di integrarla nei tradizionali modelli evolutivi. Piuttosto che dimostrare l’esistenza di replicatori culturali, si possono costruire modelli che prendano in considerazione l’apprendimento per errori, ed esamino come le credenze e le conoscenze individuali siano spesso il risultato di un’esposizione a più fonti e stimoli, piuttosto che mera opera di imitazione di una sola di queste opportunità. Lo scopo di alcuni modelli di evoluzione culturale, a volte, è solo di capire come i meccanismi culturali agiscano sull’evoluzione genetica, e viceversa. Questo è lo scopo generale dei modelli di coevoluzione gene-cultura. Ma i modelli di evoluzione culturale aspirano anche ad assegnare un ruolo all’ereditarietà culturale nel contesto dell’adattamento.

Tali questioni sono state affrontate da recenti studi in materia. Gli evoluzionisti culturali concordano sul fatto che, a livello di popolazione, un’evoluzione di tipo cumulativo richiede che i tratti culturali vantaggiosi siano preservati nelle generazioni future. Ma gli stessi studiosi negano che ciò richieda una replicazione identica dei tratti culturali.

Il modello formale proposto da Henrich e Boyd mostra come “l’effetto conformista” possa annullare gli effetti dell’apprendimento per tentativi ed errori producendo una replicazione fedele dei comportamenti a livello popolazionistico. Il conformismo è la tendenza degli individui ad adottare ciò che loro credono siano le idee e i comportamenti più comuni all’interno del loro gruppo. Il modello di Henrich e Boyd presuppone che gli individui siano poco inclini ad interpretare le rappresentazioni altrui, generando inevitabilmente degli errori. Così, la presenza di conformisti, nel gruppo, mitiga l’effetto di questi errori, producendo nella generazione successiva uno schema di rappresentazioni identico a quello della generazione precedente.

Per  Henrich e Boyd  la trasmissione per tentativi ed errori tende a produrre rappresentazioni differenti, in una popolazione in cui già coesistono diversi tratti culturali a frequenza significativa. L’effetto dell’errore è dunque basso. Invece, in un gruppo in cui un solo modello rappresentativo è comune, l’effetto degli errori è molto più evidente. Ma, se inseriamo un comportamento conformista, incrementiamo le possibilità che queste rappresentazioni si stabilizzino nelle generazioni successive, nonostante la presenza dell’imitazione per tentativi ed errori.

Henrich e Boyd riconoscono che ciò non implica, a livello popolazionistico, una replicazione affidabile delle rappresentazioni. Ma questo non significa che l’evoluzione cumulativa non agisca sull’eredità culturale. Infatti, a livello genetico, i processi di copia fedele permettono che anche forze selettive deboli producano variazione: meccanismi di copia meno fedeli implicherebbero allora forze selettive più forti per conservare tale variazione. Henrich e Boyd confidano che le forze selettive che agiscono a livello culturale siano più forti delle forze coinvolte nei meccanismi genetici. Dunque è necessario non focalizzarsi troppo sull’evoluzione genetica come paradigma per un modello di evoluzione culturale.

Come i teorici del meme sono guidati dal loro desiderio di trovare delle analogie tra genetica ed evoluzione culturale, così i modelli evolutivi, come quello proposto da Henrich e Boyd, sono guidati dal desiderio di trovare una spiegazione di come l’ereditarietà culturale influenza il processo evolutivo. Questo tipo di modelli evolutivi non danno come dato certo che l’ereditarietà culturale funzioni nello stesso modo della sua controparte genetica.

E’ ancora riconoscibile in essi l’imprinting della teoria dell’evoluzione perché cercano di spiegare i cambiamenti che avvengono in termini di frequenza in una popolazione nel tempo.

Fanno questo formulando ipotesi sulle modalità con cui gli individui acquisiscono i tratti culturali – per esempio presupponendo che la rappresentazione di un individuo sia il prodotto dell’insegnamento di varie fonti, o il risultato del suo seguire fedelmente le figure per lui dotate di maggiore autorità – per poi dedurre come queste criteri giochino il loro ruolo a livello popolazionistico.

Queste regole, in più, non sono il prodotto di mere congetture, ma sono supportate da esperimenti e dati qualitativi. Gli evoluzionisti culturali cercano di documentare gli effetti di vari tipi di predisposizione empirica come il conformismo e il prestigio.

Come la teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin è stata considerata largamente congetturale fino a quando non è stata supportata dal lavoro empirico e statistico, focalizzato sulle conseguenze su vasta scala dell’ereditarietà, dimostrando come l’ereditarietà funzionava,  così la teoria dell’evoluzione culturale ha guadagnato il suo posto nel campo delle scienze grazie a una simile combinazione di studi empirici e approcci matematici, arrivando a generare, oggi, algoritmi che uniscono intelligenza artificiale e neuroscienze con lo scopo di sondare il web in maniera sempre più  mirata.

In questi giorni andrò a visitare una realtà italiana che lavora con i memi, nell’ambito web, trovata sulle pagine dell’ultimo numero di Wired: mperience e vi racconterò!

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