Una nuova avventura: la direzione del Museo di Pastena

Quando ho deciso da bambina che da grande avrei fatto l’antropologa, mi vedevo emula di Margaret Mead e Ruth Benedict, immersa nella vita di quelle popolazioni che ancora romanticamente venivano definite “primitive” e “selvagge”, quindi tagliata fuori dalla mia cultura per impararne un’altra.

Da studentessa custodivo l’ideale di “preservare” queste culture da quella modernità che, avanzando sempre più velocemente, le avrebbe fagocitate, facendole scomparire non solo materialmente ma anche dalla memoria umana.

In realtà l’antropologo occidentale ha davanti a sé due strade: dedicarsi allo studio delle popolazioni extraeuropee o delle tradizioni popolari (mondo agropastorale e classe operaia). Nonostante i sogni coltivati da studentessa, ho preso a occuparmi della famigerata “tradizione popolare” forse conosciuta ai più con il temine di “folklore”. Quel mondo contadino caratterizzato dalla trasmissione orale del sapere e che, per sua natura, non ha prodotto archivi, biblioteche o musei. Sono gli studiosi di cultura (antropologi, demologi, folkloristi) che hanno ricostruito tutto questo recuperando il passato della memoria (e molte volte, ahimè, facendo questo hanno dato adito a molta retorica).

Così ho lavorato non solo per recuperare un passato, perché non andasse perduto, ma anche per trovare il modo di valorizzarlo rendendolo strumento di una conoscenza utile, viva e nonostante ciò che si pensa comunemente, attuale. L’ho fatto per conto mio, da libera professionista, favorendo in particolare (e chi mi segue da un po’ lo sa) gli aspetti alimentari di una cultura.

Ma la vita è strana, a volte sorprendente, e mi ha portato in dono un’esperienza del tutto nuova e inaspettata, la direzione di un museo: il Museo della Civiltà Contadina e dell’Ulivo di Pastena, un piccolo comune in provincia di Frosinone, provincia conosciuta meglio sotto il nome di Ciociaria.

Un piccolo gioiello composto da 13 sale espositive (in tutto circa 600mq) dedicato alla cultura materiale pastenese degli ultimi due secoli, ricostruita attraverso gli attrezzi dei lavori nei campi, gli strumenti dei lavori artigianali, gli arredi, i costumi e le fotografie d’epoca. Il tutto custodito nella bellissima cornice del palazzo Trani, un edificio del 1879 la cui sala del frantoio toglie il fiato per la bellezza della collezione, degli arredi e degli utensili dedicati alla filiera dell’olio d’oliva.

 

Palazzo Trani - sede del Museo di Pastena

Per me una grande gioia quindi, ma anche una grande responsabilità. Gestire un museo implica saperne valorizzare la doppia vocazione: produrre conoscenza e diffonderla. Va fatto con la consapevolezza che recuperare e rimettere in circolo il patrimonio della tradizione produce risorse per il territorio, a beneficio della comunità che lo vive, sotto due aspetti: internamente alla comunità stessa contribuendo a ricostruire o rinsaldare la rete di rapporti (nulla lega di più del condividere insieme la propria tradizione e memoria); coltivare la tradizione, le proprie memorie e radici fornisce un’immagine – percepita esteriormente – molto apprezzata e positiva della comunità e del territorio. Questo diventa un forte attrattore di risorse finanziarie, mediatiche e soprattutto turistiche, che favoriscono anche la promozione del mercato dei prodotti locali (anche immateriali come feste, eventi culturali, spettacoli, itinerari ecologici e altre manifestazioni).

La responsabilità che sento, quindi, non è semplicemente quella della pura studiosa chiusa al sicuro delle quattro mura di un Museo (una sorta di Don Abbondio dell’antropologia). Per me il museo è il punto di partenza, l’ambasciatore di una comunità, di un territorio che va aiutato a (ri)conoscersi, farsi conoscere; un ente vivo, flessibile, perché la tutela dei beni che custodisce, soprattutto immateriali, sta nel renderli disponibili per la fruizione comunitaria. La loro valorizzazione, invece, sta nel renderli oggetto di comunicazione. A mio avviso tutto questo deve avvenire senza cadere in quella retorica di stampo borghese che rimanda un’immagine da idillio pastorale del popolo e delle sue tradizioni, di “bello” popolare, intrisa di implicito evoluzionismo, che lo vede primitivo, semplice e schietto e che alla fine risponde a una concezione della classi subalterne come di un pittoresco insieme di varianti locali in seno a un armonico contesto nazionale. A questo riguardo ben si è espressa Roberta Tucci:

Si realizza così un distanziamento dell’immagine del popolo, racchiuso nelle bacheche di un mondo senza tempo nè problemi, senza miseria nè ribellione, cristallizzato a futura memoria come produttore immutabile di ingenua bellezza e di curiosità“. (Tucci, 2006)

Una bella sfida, vero? In questa avventura non sono sola però, accanto a me ho le mie quattro collaboratrici: Anna Carnevale, Laura Di Domenico, Paola Di Domenico e Maria Pia Sarracino e un comitato scientifico che sto costruendo.

Imparerò facendo…

 

2 Replies to "Una nuova avventura: la direzione del Museo di Pastena"

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    vittorio rusinà 28 aprile 2012 (19:47)

    Che gioia, una grande e bella notizia, direttrice di un museo che valorizza e diffonde la storia della civiltà contadina, i miei complimenti!
    Verrò al più presto a visitarlo.

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    Lucia Galasso 28 aprile 2012 (19:51)

    Grazie Vittorio ti aspetto… grandi progetti bollono in pentola 🙂

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