L’Epifania tutte le feste le porta via…

Siamo alle porte di una festività molto particolare, l’Epifania, che chiude le festività dedicate, anticamente, al solstizio d’inverno e ci introduce al Carnevale. Ne avevo parlato già qualche anno fa su Un Tocco di Zenzero di Sandra Salerno. Oggi ho ripreso il pezzo e l’ho arricchito di qualche informazione in più, in particolare sulla gastronomia dedicata a questa festa. Non si finisce mai di imparare…

L’Epifania, nella religione cristiana occidentale, celebra la manifestazione di Dio in suo Figlio, ai Re Magi e all’umanità. Ma inizialmente questa festa, nata nel Vicino Oriente intorno al 120-140 d.C., celebrava il battesimo di Gesù. Solo intorno al IV secolo la festa dell’Epifania si diffuse inOccidente e all’inizio del V secolo fu adottata a Roma. Nelle zone rurali, la notte dell’Epifania è considerata una notte magica e si racconta che gli animali parlino nelle stalle e nei boschi. Un proverbio infatti afferma che “la notte di befana nella stalla parla l’asino, il bove e la cavalla”. Per questo motivo si dice che alla vigilia dell’Epifania i contadini si prendino particolarmente cura delle loro bestie per evitare che nella magica notte dicano male del padrone o del loro custode.

La Befana, nell’iconografia tradizionale, appare come una vecchia dai tratti ferini e gli occhi di brace, che abita – secondo la leggenda – nelle caverne sotto le montagne. Una volta l’anno, la notte tra il 5 e il 6 gennaio, esce inforcando la sua scopa all’incontrario (per sottolineare che non è una strega), e scende per la cappa del camino per portare doni ai piccoli che sono stati buoni e carbone a
quelli capricciosi. E’ una figura misteriosa la Befana, che può diventare addirittura pericolosa se non si rispetta la sua invisibilità: chi incautamente la sorprendesse nell’atto di lasciare doni incorrerebbe in gravi pericoli.

Canto della Stella 2011 – credits http://www.mavignola.it/canto_della_stella.html

Tanti sono i nomi con i quali è conosciuta in Italia, come la Vecia, la Stria, la Rodosega. Comunque sia, questa vecchia misteriosa e inquietante che appare alla fine del periodo di transizione fra vecchio e nuovo anno non ha nulla a che fare con l’Epifania, tranne nel nome, che è un’aferesi (caduta di una vocale all’inizio di una parola) del latino Epiphania, trasformatasi nel tempo in Befana: tentativo evidente di cristianizzare l’inquietante personaggio femminile trasformandolo nella personificazione femminile della festa. Così la Befana altro non diventa che un’immagine di Madre Natura che, giunta alla fine dell’anno invecchiata e rinsecchita, assume le sembianze di una Befana e prima di morire offre dolciumi e regalini che sono, simbolicamente, i semi, grazie ai quali riapparirà nelle vesti di giovinetta Natura.

Vari sono gli aspetti che assume questa festa, e altrettante sono le usanze che in Italia ne riflettono i significati. Tra queste ricordiamo il Rito della Stella che si svolge a Sabbio Chiese, in provincia di Brescia. Nella tarda serata un coro di giovani, accompagnato da un’orchestrina, esegue il “canto della stella” e un cantore regge per mezzo di un’asta una stella di carta a cinque punte illuminata all’interno. In passato i tre cantori principali si vestivano da Re Magi e il coro di giovani passava per le vie del paese sostando sulla porta di ogni casa, rievocando la nascita del Bambin Gesù e la venuta dei Magi stessi, guidati dalla stella, con i loro doni. Al termine del canto i giovani raccoglievano mance e doni in natura che servivano poi per la cena in comune a tarda notte, a base di polenta taragna. Il “canto della stella” è un esempio delle classiche befanate, un tempo molto diffuse nei paesi e durante le quali gruppi di contadini correvano per le vie del paese, di casa in casa, cantando “la befana” con canzoni dette di questua perché, finite le strofette, chiedevano e ottenevano doni alimentari. In Carnia, invece, troviamo la cerimonia del pignarul: un corteo di fedeli sale verso le montagne, dà fuoco a una grande catasta (la “pignarul grant“) e nel contempo si accendono le cataste più piccole sparse sulle altre montagne, mentre sulla cime del monte più alto si accende la stella. Si festeggia mangiando castagne e vino nuovo. Un’altra, ormai rarissima befanata, è quella di Vidiciatico, sulle colline del bolognese verso la Toscana. Qui il coro dei bambini intona presso ogni casa, questa nenia:
Noi siam poveri pellegrini
senza pane e senza soldi;
noi giriam di qua e di là
sian pietosi chi ce la fa.
La questua  era fatta per ricevere “donviccia, pane e salciccia“, dove la parola donviccia si pensa sia di derivazione latina e significhi “abbondanza”.

Prima che si affermasse l’usanza di scambiarsi i regali natalizi, erano i Re Magi a consegnarli, in ricordo dei doni offerti al Bambino per eccellenza. Oggi assistiamo a uno sdoppiamento: Gesù Bambino porta i regali importanti mentre una figura non bene inquadrabile nella tradizione cristiana, la Befana appunto, porta piccoli doni e il carbone a coloro che non si sono comportati bene nell’anno appena trascorso. Tra i doni della Befana vi è la frutta secca, che tradizionalmente ha avuto valore sacro e apotropaico, tant’è vero che nel mondo romano era considerata un regalo di buon auspicio. Quanto al carbone, oltre a esprimere la valenza di energia latente e del fuoco celato, era considerato un amuleto, un vero e proprio dono magico che aiutava a cacciare malanni e disgrazie.

I Befanini

Frutta secca, giocattolini e piccola pasticceria, costituivano i regalini della vecchiarella. In Toscana troviamo i befanini, biscotti preparati appositamente per questa festa, che raffiguravano animaletti, fiori o pupazzetti. ma troviamo anche la “torta della befana“, detta il tordellone, a causa della sua forma a mezzaluna: una pasta simile al tortello o al raviolo tipica delle famiglie toscane. A Napoli, invece, è usanza mangiare l’ultima fetta della pastiera preparata per il Santo Natale. Nel Veneto, e zone limitrofe, troviamo la famosa pinza: una focaccia dolce rotonda e grossolana, che in realtà non è nient’altro che una polenta arricchita. Bepo Maffioli ce la descrive così: rozza, fitta, pesante (ecco da che cosa deriva il detto veneto “duro come una pinza” per indicare una persona testarda, caparbia). L’ingrediente principale era la farina bianca o gialla  (un tempo anche grani meno nobili), messa  a bollire con poco lievito nell’acqua con l’aggiunta di strutto, fichi secchi e uva passita. Veniva consumata con abbondati gotti di vino.
Esiste anche una versione friulana, che prende il nome di “pinza della Marantega” (dove Marantega sta per Befana). Ecco la ricetta:

Zucca 400 gr.
Farina cinquantino, segala e frumento 200 gr.
Latte 200 gr.
Zucchero 200 gr.
Uvetta 100 gr.
Fichi secchi 50 gr.
Grappa
Semi di Comino
Si lessa la zucca, la si passa allo schiacciapatate e poi si cuoce ancora per una decina di minuti con latte, farina cinquantino (piccolo mais), di segala e di frumento; quando si sarà raffreddata, vi si aggiunge zucchero, uva sultanina, fichi a pezzetti, semi di comino e qualche cucchiaio di grappa.
Si mescola ben bene, si dispone in un tegame unto con olio e si mette in forno caldo per un’ora e mezza.

La pinza veneta

Della pinza esistono molte varianti, dagli ingedienti più svariati: dalla zucca alle mele, dal brodo di cotechino alla grappa. A Vicenza la pinza viene chiamata “putana“, e viene fatta usando due parti di farina gialla e una di bianca, cotte in brodo di cotechino. A questo impasto si aggiungono ciccioli di maiale evitando così la presenza di burro e strutto.
La pinza di tradizione contadina veniva avvolta nelle foglie di verza, e la si metteva a cuocere nel mezzo delle braci del rogo votivo che ardeva lento e alto durante la notte che precedeva il giorno dell’Epifania.

Altro dolce tipicamente associato all’Epifania è quello che in Francia viene chiamato la Galette des rois. In occasione di questa festività, mentre i bimbi venivano lasciti ai piccoli dolci e ai giocattoli, i grandi provvedevano a nominare il signore della festa, il “re della fava“, personaggio che si ricollega al Re dei Saturnali del Carnevale pagano. Costui veniva sorteggiato per mezzo di una focaccia nella quale si nascondevano due fave: una bianca e una nera. Diventava re chi trovava quella nera. Il re provvedeva così a chiamare accanto a sè la regina e dominava il banchetto festivo. Quest’uso era di moda qui in Italia fin dal Settecento, alla corte di Parma.

E al Sud? A Roma questa festa è sempre stata particolarmente sentita. “Er giorno de Pasqua Bbefanìa, che vviè a li 6 de gennaro da noi s’aùsa a ffasse li regali” così scriveva Giggi Zanazzo circa ottant’anni fa in Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Romama ppiù ddte tutti s’aùsa a ffaje a li regazzini […] oltre a li ggiocarelli, a questi, s’aùsa a ffaje trovà a ppennolone a la cappa der camino du’carzette, una piena de pastarelle, di fichi secchi, mosciarèlle, e un portogallo e ‘na pigna indorati e inargentati; e un’antra carzétta piena de cennere e ccarbone pe’ tutte le vorte che sso’ stati cattivi”.

Nella Capitale vi era l’usanza di lasciare, la vigilia del 6 gennaio, parte della cena dei bambini alla Befana, in particolare la ricotta perché lei era sdentata e doveva mangiare cibi che non si masticassero.
Si diceva che la Befana abitasse a due passi da piazza Sant’Eustachio, in una fantastica via della Padella 2, e infatti in quei giorni di festa piazza Sant’Eustachio e piazza de’ Caprettai con le vie che vi confluivano si riempivano di bancarelle, dove si vendevano dolciumi, giocattoli e pupazzi della Befana talmente brutti da spaventare i bambini. Poi la fiera di Sant’Eustachio venne trasferita in Piazza Navona, e anche la Befana traslocò sull’altana di palazzo Doria Pamphili. Dov’è tuttora, tradizione carissima ai romani.

L’atmosfera romana della Befana è, per me, la musica bellissima di Ottorino Respighi dedicata a questa festa. Vi lascio con questo pezzo… Chiudete gli occhi.. ed ecco siete a Piazza Navova!

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=o91rbT6-DjY[/youtube]

4 Replies to "L'Epifania tutte le feste le porta via..."

  • comment-avatar
    Rossella 4 gennaio 2013 (13:02)

    Un post veramente completo.
    Per il pignarul oggigiorno viene fatto un po’ ovunque in Carnia e Friuli, almeno quello collinare. E’ chiamato anche Panevin nel Friuli occidentale. Dal fumo si traggono auspici.Si dice che abbia origine celtiche e che c’entri il dio Beleno.
    Sulla direzione del vento ci sono due modi di dire:
    “Se ‘l fum al và a sorêli jevât cjape ‘l sac e vâ a marcjât”. (Se il fumo volge a oriente al mercato col sacco andrai continuamente), ma “Se ‘l fum al và a sorêli a mont cjape ‘l sac e vâ a pal mont”. (Se il fumo piega al tramonto emigra col tuo sacco per le vie del mondo).

  • comment-avatar
    Lucia Galasso 4 gennaio 2013 (13:41)

    Grazie Rossella, con il tuo aiuto lo è ancora di più… così ogni anno diventerà più completo questo post 🙂

  • comment-avatar
    Emanuel 10 gennaio 2013 (0:03)

    Bello questo post,mi domando se l’etimologia del termine pinza ,ha delle interconnessioni con la pita greca,mah…

    • comment-avatar
      Lucia Galasso 10 gennaio 2013 (4:48)

      Spunto interessante Emanuel, indagherò… Intanto buon inizio d’anno! 🙂

Leave a reply

Your email address will not be published.

3 × 4 =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.