Le conseguenze impreviste della nascita dell’agricoltura – 2 parte

Nel precedente post ci eravamo lasciati con una serie di domande su come il declino della salute mentale si possa collegare alla nascita dell’agricoltura. Per rispondere a questi quesiti Wells ci porta a Maria Gugging, qui si trova l’Ospedale psichiatrico dell’Austria inferiore. Un luogo di tristi ricordi per la storia della psichiatria, ma che oggi ospita lo Haus der Kunstler, o Casa degli Artisti, creata nel 1981. E’ qui che sono stai condotti i primi studi sul rapporto esistente tra schizofrenia e arte, a beneficio dei pazienti ospitati in questa struttura. Il fondatore del centro, Leo Navratil, pensava che le menti degli schizofrenici e di altri malati mentali avessero un rapporto privilegiato con il processo artistico, non addomesticato dalla società, riuscendo in tal modo a dare vita a un’arte “pura”. Navratil sosteneva che la gente malata di mente ci mostra ciò di cui saremmo capaci se potessimo soltanto liberarci dai vincoli imposti dalla società.

Ovviamente Navratil è figlio del suo tempo (siamo negli anni Cinquanta), con tutti gli estremismi del caso, ma la sua intuizione più importante è quella relativa al fatto che questi malati palesavano una caratteristica interessante: un ritorno alle radici, all’infanzia nella produzione artistica. Aprendo di fatto lo studio a cosme la condizione infantile stimoli la produzione artistica e da qui alla più generale esigenza di capire cosa spinga l’uomo a creare.

Spencer Wells

Ricostruendo il percorso storico e antropologico dell’uomo Wells ci accompagna alle prime pitture rupestri, figlie di un pensiero astratto, caratteristica unica della nostra razza insieme al linguaggio. Sotto l’impulso dei cambiamenti climatici, circa 70000 anni fa, si è aperta la strada all’innovazione culturale. L‘innovazione è un processo complesso ma, nella sua forma basilare, ha a che fare con la capacità di immaginare nuovi modi per risolvere un problema e di migliorarli ogni volta, il secondo passo prevede lo sviluppo di un qualche modo per spiegare le innovazioni agli altri. E ciò richiede quel tipo di immaginazione simile a quella che si riflette nella creazione di un’opera d’arte, come nei lavori degli artisti ospitati a Gugging.

“I moderni cacciatori-raccoglitori rappresentano uno splendido esempio di questo comportamento. Alla fine della giornata tutti si siedono intorno al fuoco, raccontando storie, ridendo e commentando gli eventi della giornata. Alcune di queste storie, per esempio il racconto di una battuta di caccia particolarmente di successo, diventano parte della mitologia del gruppo, mentre altre rappresentano un modo per testare e rifinire nuove idee. Si forma così una sorta di “centro ricerca e innovazione”, con i membri del gruppo impegnati a compiere esperimenti mentali discutendo, analizzando e prendendo decisioni in basate sui racconti delle loro esperienze di vita. Questo processo di rifinitura narrativa non è molto diverso dal processo cellulare che trasforma la memoria a breve termine in quella a lungo termine (attraverso la reiterazione della storia, il rinforzo delle connessioni neurali che riportano la narrazione nel modo in cui vogliamo che sia raccontata). Gli esseri umani anatomicamente moderni, in effetti, si sono evoluti in modo da diventare macchine sociali capaci di produrre e perfezionare le idee”.

Con la nascita dell’agricoltura si sviluppa una modalità di vita adatta a grandi popolazioni, i piccoli gruppi caratteristici dei cacciatori-raccoglitori scompaiono. Se i nostri antenati paleolitici cacciatori-raccoglitori erano liberi di esplorare qualsiasi possibilità culturale dalla caccia all’arte, in virtù anche delle piccole dimensioni della tribù, gli agricoltori neolitici erano obbligati a limitare i propri desideri per soddisfare le necessità, più grandi, della società. In questo modo le menti che nel Paleolitico erano state libere e avevano a disposizione un territorio illimitato in cui realizzare i propri pensieri sono ora ingabbiate, limitate sia geograficamente sia nella scelta degli obiettivi su cui concentrarsi. L’antropologo Marshall Sahlins in una sua famosa definizione sostiene che siamo usciti dalla “Società affluente originaria” dei cacciatori-raccoglitori, che ci garantiva la libertà di dedicarci ad attività apparentemente futili, per diventare un gruppo di api operaie con incombenti scadenze da rispettare. Questa specializzazione dei comportamenti codificata, tanto per fare qualche esempio, dal sistema delle caste in India o dal sistema feudale dell’Europa medievale, ha dato luogo a una società che riesce a raggiungere i propri scopi solo se i suoi individui singolarmente operano insieme in armonia. Con l’avvento della Rivoluzione industriale tutto accelera, la gente si fonde con le proprie macchine, trascorrendo la vita nella ripetizione coatta dei medesimi comportamenti, spogliandola della sua individualità e creatività. E’ l’alienazione, fonte di quello stress moderno che ha così pesantemente influenzato la nostra psiche di cacciatori-raccoglitori.

Viviamo immersi in un mondo che stimola continuamente i nostri sensi: rumori,immagini, sapori, informazioni e sensazioni. Una miriade di stimoli nascosti ci bombardano quotidianamente, al punto tale da essere arrivati a non farci più caso. Il giornalista Toby Lester, nel 1997, ha fatto notare come la nostra sia “la prima generazione immersa in un ambiente in cui i rumori di sottofondo prodotti dalle macchine saturano le nostre vite”.

Forse le macchine che abbiamo creato per migliorare la nostra vita ci stanno creando, a loro volta (!), qualche danno psicologico?

Questo flusso di subcoscienza in cui viviamo, fatto dal passaggio repentino da uno stimolo non correlato (e il più delle volte non voluto) all’altro è fonte di una sovrastimolazione costante (dissonante o meno) che se per qualcuno è ben tollerata, non lo è invece per la maggior parte delle persone. La risultante di tutto questo è lo stress cronico, una battaglia quotidiana che investe ogni aspetto delle nostra salute,da quella fisica a quella mentale, con pesanti ripercussioni su entrambe.

Queste sono le conseguenze di una vita ancorata al territorio e vissuta all’interno di grandi gruppi sociali (sovraffollamento e confinamento geografico), un’altra eredità dell’agricoltura.

Forse i nostri antenati cacciatori-raccoglitori non soffrivano di stress? Al contrario, avevano anche loro problemi da affrontare, ma il loro era uno stress di tipo acuto, ovvero di breve durata nel tempo, episodico quindi. Uno stress che recenti studi hanno classificato come benefico per il nostro sistema immunitario. I picchi di adrenalina (con il conseguente aumento di cellule natural killer), dovuti a una risposta di tipo “combatti e fuggi” permettevano loro di avere dei sistemi immunitari più forti; una risposta di tipo adattivo che ha fatto la differenza per queste popolazioni (riguardo alla qualità del loro benessere mentale ho già accennato nella prima parte di questo post).

Il segreto del benessere psicofisico si nasconde in due fattori:

  1. l‘ambiente;
  2. il numero di persone all’interno di un gruppo sociale.

Lo psicologo evoluzionista Robin Dunbar, grazie ai suoi studi sulle scimmie antropomorfe, è riuscito a dedurre che la dimensione media di un gruppo sociale è determinata dalla dimensione del cervello; più è grande la sua dimensione più grande è quella del gruppo, e questo è spiegabile dal maggior numero di connessioni neuronali che permettono agli individui di gestire più legami sociali. Per l’uomo è stato stimato che la dimensione ottimale e gestibile si ferma alle 150 unità. Un numero che consente di conservare una qualità della relazione significativa. E’ interessante notare come difficilmente questo numero venga superato all’interno di quelle che vengono definite culture primitive, comprese le tribù di cacciatori-raccoglitori.

C’è quindi un legame tra la grandezza di un gruppo umano e il benessere psicologico:

  • In gruppi oltre i 150 individui si è notato che comincia a non essere più possibile trattare gli altri nel modo in cui si tratterebbero vivendo in una società più piccola. Si tende a disumanizzare il concetto di comunità, e il comportamento inizia a diventare innaturale; siamo spinti ad agire come se le persone non esistessero o facessero parte di quel rumore di sottofondo della vita moderna;
  • l’eccessiva stimolazione di tipo sociale rappresenta, con molte probabilità, una delle ragioni per cui le malattie mentali sono in aumento nella società occidentale.

Siamo di fronte a un grande impasse: i rapidi progressi della tecnologia procedono più velocemente di quanto la società sia pronta a integrarli.

Abbiamo visto, fino a qui, come e perché il progresso culturale ci ha allontanato dalla nostra condizione di cacciatori-raccoglitori, e come questo abbia influenzato il nostro corpo, la nostra società e il nostro pianeta. Ma c’è anche un altro ambito che è stato pesantemente plasmato: il nostro senso morale. Quello della società occidentale si è sviluppato sul concetto di difesa di quanto si ha, sul concetto di confine, frontiera ( e il triste caso di Lampedusa di questi giorni ne è un chiaro esempio). Le società tradizionali, non occidentalizzate, hanno un approccio diverso, sicuramente non competitivo lì dove le risorse sono equilibrate.

Questo cosa vuol dire, che dobbiamo tornare all’edulcorato periodo dei cacciatori-raccoglitori e al loro stile di vita? No, assolutamente, sarebbe improponibile, ma sicuramente c’è qualcosa da imparare da loro.

Il crescente disagio che avvertono molti di noi, abitanti della società moderna, è una realtà che si traduce in vari fenomeni, buoni e meno. Abbiamo i movimenti di protesta pacifisti e quelli estremamente preoccupanti e violenti come il fondamentalismo. Il fine è quello di uscire da una società che si subisce, che si reputa pericolosa sotto vari aspetti, e costruire una cultura alternativa al di fuori del mondo moderno.

Personalmente reputo parte di questo disagio anche la spasmodica ricerca delle proprie radici culturali, che se fatta bene contribuisce alla creazione di un’identità sociale sana ma se viene fatta male genera solo uno sterile sapere nostalgico.

Forse l’unica soluzione per uscire da questo impasse è, in accordo con Wells, imparare a volere di meno. E lo si potrà fare integrando scienza e tradizione (Logos e Mythos), perché abbiamo bisogno di entrambe, la storia ce lo insegna…

… E i migliori insegnati potrebbero essere proprio quei popoli che mantengono ancora un legame con il modo in cui siamo vissuti praticamente per tutta la nostra storia evolutiva.

Tu che soluzione proponi?

1 Reply to "Le conseguenze impreviste della nascita dell’agricoltura - 2 parte"

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    Robo 19 novembre 2013 (21:12)

    Gentile dott.ssa Galasso ho casualmente scoperto il suo blog. Ho apprezzato la trattazione argomentata del post in questione. Mi viene però da dire che lo stress acuto dei cacciatori raccoglitori poteva essere l’ultimo della loro vita, e che è grazie all’agricoltura (ed anche all’allevamento) che l’uomo ha potuto crescere numericamente. Poi se siamo sempre scimmioni glabri, aggressivi e spt poco coscienti del peso delle nostre azioni sul pianeta, questo é un altro discorso. Rltengo quindi che sia necessario chiarire che con molta probabilità la vità di un cacciatore raccoglitore non poteva sostenere grandi numeri e se ciò è vero, associato col fatto che dubito si operasse un coscente controllo delle nascite, significa che la sua vita media e la numerosità della prole era inferiore a quella di chi si sosteneva con un’agricoltura, seppur a lungo, di sussistenza, e probabilmente meno “dannosa” a livello alimentare dell’attuale,(e sicuramente più sostenibile a livello ambientale) viste le quantità ingerite di fibre rispetto ad ora, almeno credo. Tra l’altro uno dei 2 libri da lei citati nutre un movimento integralista di divoratori di carne che al max ammettono la frutta seccha (e che, ammetto, non ho in grande simpatia), mentre ho letto non è esistita una singola dieta dei cacciatori-raccoglitori ma a seconda della zona vi erano peculiarità alimentari (ovviamente entro un consumo base di carne o
    pesce). Per il resto é tutto condivisibile (per quel che valgono le mie opinioni). Saluti, continuerò a seguirla.

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