Il simbolismo alimentare della festa dei defunti

Domani sarà il giorno della Commemorazione dei defunti, una data molto importante che ho già affrontato in questo post, ma che un interessante libro scritto da una mia amica, Alessandra Pelagalli, mi permette di approfondire ulteriormente.

Ho conosciuto Alessandra grazie al corso di panificazione che tenni quando ero direttrice del Museo della Civiltà Contadina di Pastena, già in quell’occasione mi parlò di questo suo progetto che intendeva indagare il legame tra un’antica minestra di fave e l’usanza di farne dono ai poveri il 2 novembre ad Aquino, paese del Frusinate.

Da grande appassionata delle tradizioni alimentari Alessandra ha iniziato un percorso che mano mano le ha permesso di conoscere quanto questa usanza fosse comune non solo sul suo territorio, ma in molte parti di Italia, dove al posto delle fave spesso si trovavano i ceci o altra pietanza, dolce o salata, dedicata esclusivamente a questo periodo dell’anno, e quindi alla memoria dei defunti. Indagando nella storia, e nelle tradizioni gastronomiche italiane, l’autrice ci introduce all’uso di questo legume all’interno della festa dei defunti, ai suoi significati e alla sua simbologia, fino ad arrivare ai nostri giorni.

Un viaggio nella memoria, nei rituali collettivi, nelle storie di vita che davano un senso di appartenenza ai proprio luoghi, fisici o affettivi,e che proprio per questo vanno oggi preservati da quel tempo artificiale, lineare, che tutto appiana e dimentica. Gli si contrappone il tempo ciclico agrario, fatto di morte-vita-morte, quello del contadino che ad autunno inoltrato, quando ormai sono praticamente terminati i lavori dell’annata agraria e la campagna si prepara al lungo letargo invernale, ricorda i propri morti.

La questua dei Morti (con la distribuzione della minestra di fave), descritta da Alessandra Pieragalli, si può interpretare al meglio con quella che Marcel Mauss  definisce catena di reciprocità:  il dare, il ricevere e il ricambiare. In definitiva un modello rituale alimentare che eccedeva il  rigoroso calendario liturgico e che definiva annualmente la civiltà del dono quale tratto costitutivo del vivere comunitario. Le fave hanno così il compito di generare, nutrire, favorire il dispiegarsi di un processo simbolico rituale che ha la funzione di redistribuire il patrimonio alimentare della comunità, di condividere le calorie necessarie per la sopravvivenza delle famiglie più povere e, nel contempo, risacralizzare ritualmente i rapporti comunitari che le stagioni avverse e i problemi quotidiani tendono ad allentare.

La commemorazione dei defunti ha, infatti, un compito bene preciso, sostiene Valerio Petrarca: “il rito della festa dei morti è una risposta storicamente e culturalmente determinata a uno dei problemi più radicali e universali: cosa fare dei morti. Il fine ultimo è l’incorporazione simbolica più o meno concretamente o astrattamente intesa, dei morti all’interno della loro famiglia e della loro società. E per incorporare nella famiglia e nella società la memoria degli antenati non si sarà potuto immaginare sacrario più degno del ventre dei bambini, di chi si avviava a continuare quell’opera della natura e della cultura che la morte aveva interrotto. Morti e bambini erano gli agenti più prossimi di un’idea dell’esistenza modellata sulla ciclicità e sulla continuità della vita e della morte”.  Ecco perché la maggior parte dei dolci e dei riti funebri è dedicata ai bimbi.

Antonino Buttitta, a proposito della festa dei morti in Sicilia, comparando la tradizione di preparare i famosi pupi di zucchero (insieme a tutta quella serie di dolci come la frutta martorana, ossi e teschi), con usi simili nella maggior parte delle regioni italiane, chiarisce come il nome stesso che si da a questi cibi rituali derivi dall’espressione “mangiare i morti”. Lo studioso lo interpreta come “Un tipico esempio di patrofagia simbolica […]  se teniamo conto del fatto che la notte del 2 novembre, oltre a dolci antropomorfi, in Sicilia ne vengono preparati anche non figurativi, assieme a cibarie di varia natura, si potrebbe concludere, sulla base degli usi testè ricordati, che gli uni rappresentano il cibo dei morti, gli altri i morti stessi. Mangiano, quindi i morti, ma a loro volta vengono anche ritualmente mangiati“.

In Calabria, l’offerta di cibo e bevande ai defunti si rinviene, nel passato, in diverse comunità mentre è ancora comune, un po’ dappertutto, l’uso di donare alimenti ai poveri, che sono considerati i vicari dei morti.  Scrive, ad esempio, Padula che nel corso della panificazione si fa pure la “Pitta del morto; vale a dire che la donna, se perde un marito o un figlio, fa la focaccia per essi, e poi la dona ai poveri”.  A Laureana di Borello  il 2 novembre, in quasi tutte le famiglie, in suffragio delle anime dei loro defunti, si fa l’elemosina ai poveri che si presentano a domandarla e si danno loro fichi secchi, noci, castagne, pane e soldi. In ogni regione d’Italia dove la tradizione si è mantenuta più viva o comunque della quale si è conservato il ricordo c’è comunque la credenza che la notte del 2 novembre i morti passino in processione per le città o nei paesi,  ecco da qui l’abitudine da parte dei parenti di preparare del cibo che viene lasciato sul davanzale delle finestre, in modo che al passaggio dei defunti questi possano cibarsene.

Credenze ed usi comuni di questo genere si ritrovano in tutto il mondo: banchetti e offerte alimentari per i defunti sono presenti lì dove c’è stata una forte impronta agricola; la commemorazione dei defunti connessa con banchetti, cibi rituali e pranzi commemorativi è infatti una costante delle feste e dei riti della cultura contadina.

Le radici e di queste credenze affondano nel tessuto romano e greco, è qui che l’interesse per il raccolto si unisce all’affetto per i defunti e assume un carattere ambiguo.

Bisogna propiziarsi i defunti, mostrare loro il proprio amore e la propria venerazione. Ma questo è ancora poco: bisogna sostenerli dando loro da mangiare, da bere e di che scaldarsi; bisogna banchettare con loro, lasciare loro cibo sulle tombe, e fare libagioni di vino, versare burro fuso. Ma anche questo è poco. Bisogna garantire loro non solo la vita ma anche l’immortalità. Bisogna rendere partecipi del ciclo vita-morte-vita che caratterizza la natura e che è necessario all’agricoltore. (O. Cavalcanti)

Ancora più bella, a mio parere, questa riflessione sempre di  Ottavio Cavalcanti: “La tavola è dunque il luogo non unico, ma privilegiato, dove siderali distanze temporaneamente si annullano; il colloquio si intensifica o riprende; lo scandalo della morte è riassorbito e scongiurato; rapporti familiari e amicali si rinsaldano“. E così, durante la commemorazione dei defunti, la tavola è affollata di presenze inquietanti ma al contempo rassicuranti.

Il libro di Alessandra racconta bene tutto ciò. Buona lettura!

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