Quando l’antropologo fa il #twitpanettone

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l'avatar di #twitpanettone donato da Francesca di @fooders

Già, che ci fa un’antropologa con le mani in pasta? Principalmente evoca, o cerca di capire il senso del fare, e nel riproporlo scopre le origini di un dolce. Ecco perchè mi ha tanto incuriosito il progetto del #twitpanettone, mi sembrava ridesse la giusta valenza simbolica a un dolce che ci ritroviamo a tavola ogni Natale, ma di cui affidiamo preparazione e significato ad altri.

E’ un dolce festivo, un simbolo forte quindi. Non ha solo significato religioso ma anche collettivo. Non a caso, anticamente, alla sua preparazione collaborava tutta la famiglia; univa e dava senso di appartenenza, faceva sentire a casa…

A suo modo, secondo me, lo fa anche il #twitpanettone, perchè ci vede tutti coinvolti nello stesso progetto. Non vedremo alzarsi nuvole di farina, non ci saranno i sorrisi che si scambino in cucina (o le smorfie); non si vedranno tutte queste cose, eppure ci sarà un’unica grande cucina costituita da tanti fornelli sparsi per l’Italia… come nel vecchio rituale del prosit, che unisce i bicchieri per ricomporre la bottiglia!

Così scopriamo che, immergendosi nelle radici storico-culturali di questo dolce, l’utilizzo di un pane votivo durante le festività del solstizio invernale (sostituito poi, con il Cristianesimo, dalle festività natalizie) è attestato già presso le popolazioni celtiche a cui dobbiamo l’utlizzo in chiave beneaugurante di altri simboli “natalizi” quali l’abete, il vischio e l’agrifoglio. Era un pane impastato con farina, frutta secca e miele, da regalare e consumare come segno di una nuova stagione di abbondanza e ricchezza. L’antenato dell’odierno panettone, il “pan grande“, veniva preparato in famiglia, collettivamente, e consumato al rientro dalla messa di mezzanotte secondo un rituale che affidava al membro più anziano l’onore del taglio e destivava una fetta al primo povero che avesse bussato alla porta.  Ancora non era il nostro panettone, ma un dolce che aveva la forma di una grossa pagnotta, ed era quindi meno lievitato.

In Italia ci sono svariati dolci natalizi. Mi voglio soffermare specialmente su due: le cartellate pugliesi e i torciglioni tipici del centro Italia (Antonello @diwinetaste ha citato quello di Perugia) per un discorso di simbologia alimentare; entrambi presentano una forma a spirale. Le cartellate sono a base di vincotto di fichi o miele, eredi delle offerte a Demetra poi trasformatesi in omaggi propiziatori alla Madonna. Il torciglione, invece, data la sua forma, richiama la simbologia pagana del serpente, collegamento tra il mondo sotteraneo e quello esterno, tra tenebra e luce.

Ma torniamo al nostro panettone (la breve digressione precedente è per far capire quanta simbologia alimentare è nascosta in quel che mangiamo… e non conosciamo). L’origine pare collocarsi nel Medioevo, durante la Signoria degli Sforza. Tre le leggende in merito, una relativa alla disavventura di un pasticcere, che per ovviare a un’infelice infornata porta in tavola il “Pan de Toni“, il dolce improvvisato dal garzone Antonio; la seconda racconta di una storia d’amore contrastata, quella tra Ughetto degli Atellani, falconiere di Ludovico il Moro, e la bella Adalgisa, figlia di un fornaio, che riescono a convolare a nozze grazie all’invenzione di un “Pan di tono” condito con ingredienti sopraffini, e infine quella di suor Ughetta –- ugheta, come uva passa – che sostentava i poveri e rallegrava le sorelle del proprio convento grazie agli introiti della sua attività di pasticcera.

In Lombardia (come in altre parti d’Italia), in concomitanta con la preparazione del panettone, era uso anche bruciare il ciocco natalizio, che doveva bruciare un pò ogni sera durante i 12 giorni natalizi fino all’Epifania. Dodici giorni, simbolo dei 12 mesi dell’anno, in analogia con il sole (e poi il Cristo) che, nato al solstizio d’inverno, avrebbe nutrito la terra per un anno intero. Per questo si diceva “Domani è il giorno del pane” e si consumavano dolci a base di farina, uvetta e canditi, dei quali il panettone è oggi il più famoso. L’usanza è diffusa in tutta Europa: in Francia si usa preparare nelle campagne il pain de Calandre. Poi se ne taglia nella parte superiore un pezzetto sul quale vengono incise tre o quattro croci: è un talismano – dicono i contadini dell’Avernia – capace di guarire da molti mali. Il resto del pain de Calandre viene mangiato da tutta la famiglia. In Inghilterra i fornai regalavano ai clienti una focaccia beneaugurale, detta Christmas-batch, non diversamente da quelli lombardi che, prima della commercializzazione moderna, offrivano il panettone a Natale.

Il panettone che oggi conosciamo, presente sulle nostre tavole natalizie, ha una datazione più tarda, collocabile intorno all’Otto-Novecento, frutto della competizione tra le “offelliere” milanesi più di moda, Biffi e Cova (le antenate delle moderne pasticcerie; da “offa“, parola usata per indicare delle focaccette dolci sfornate per allietare le feste. L’offelliere era l’artigiano che realizzava queste specialità dolci, distinto dal fornaio che, un tempo, si occupava esclusivamente di panificare).

Il panettone nasce basso, ma cresce in altezza grazie alla voglia di distinguersi di Angelo Motta: è a lui che negli anni Trenta del XX secolo si deve lo slancio in verticale dell’impasto in lievitazione costringendolo in un pirottino di carta da forno (la competizione poi si stabilirà tra lui e Alemagna).

Quale sia la sua origine, questo dolce veniva prodotto a Milano tutto l’anno in formato ridotto, solo a Natale raggiungeva un peso superiore ai 500 gr. Il Cherubini infatti scriveva che “grande di una o più libbre sogliamo farlo soltanto per Natale, di pari o simil pasta, ma in pannellini si fa tutto l’anno dagli offellai e lo chiamano panattonin“.

Una tradizione ancora viva in Lombardia associa il giorno dedicato a S. Biagio (3 febbraio) al panettone. In occasione di questa festa si offrono fette di panettone leggermente tostate e cosparse di zucchero a velo (o bagnate nel vino), in ricordo di un miracolo del santo che curò un bambino morente a causa di una spina di pesce che gli si era conficcata nella gola. S. Biagio fece ingoiare al bambino una grossa mollica di pane che portò via la spina, salvando così la vita al piccolo. Da qui la tradizione di serbare il panettone di Natale fino al giorno di S. Biagio, perchè sicuri che se mangiato in tale data il dolce preservasse dal mal di gola.

Ecco, questo è solo un breve compedio su quanto si può conoscere su qualcosa che tanto ovviamente ci troviamo a mangiare a Natale… Ma sono sicura che con il #twitpanettone qualcosa cambierà!

6 Replies to "Quando l'antropologo fa il #twitpanettone"

  • Tweets that mention Quando l'antropologo fa il #twitpanettone | Evoluzione Culturale -- Topsy.com 7 novembre 2010 (13:38)

    […] This post was mentioned on Twitter by gianluca morino, Lucia Galasso. Lucia Galasso said: Quando l'antropologo fa il #twitpanettone – http://www.evoluzioneculturale.it/2010/11/07/quando-lantropologo-fa-il-twitpanettone/ […]

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    Paolo Carlo 8 novembre 2010 (10:31)

    Sono senza parole,
    una lettura davvero illuminante, grazie !
    Paolo

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    Rossella 8 novembre 2010 (13:07)

    Interessantissimo.
    A San Biagio, inoltre, dovrebbe essere disfatto il presepio.
    Segnalo anche lo Stollen in Germania, sia mai che abbia anche lui qualche attinenza.

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    ale 9 novembre 2010 (10:44)

    fantastico!
    leggibile, interessante, uno dei migliori articoli sull’argomento! grazie 1000!

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    Lucia Galasso 10 novembre 2010 (6:28)

    Grazie dei complimenti! 🙂 Se avete altre informazioni e notizie a riguardo, sono pronta a “far crescere” la storia di questo dolce italiano 🙂

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    Massimo 22 novembre 2010 (15:40)

    quando si dice che su un argomento si è già detto tutto, come nel caso de panettone, il dolce tradizionale probabilmente più consumato in Italia, ecco che un articolo come questo a dirci che non è così. Bel pezzo!

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