Politiche alimentari: la patata e le sin taxes

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Pieter Brueghel the Younger, The tax collector, 1640

di Flavia Busatta

In base alla ben nota correlazione tra sesso e cibo è ovvio che controllare l’accesso al cibo da parte di una elite al potere ha la stessa importanza che controllare il sesso, ovvero la demografia.

Le politiche alimentari delle elite dominanti si applicano in genere su due fronti: quello della repressione e quello della persuasione.

Tradizionalmente spetta alla religione, nelle organizzazione politicamente arcaiche, la definizione del carattere repressivo delle politiche alimentari delle elite: i numerosi tabù alimentari stabiliscono gerarchie e controlli che ben poco hanno a che fare con “scienza” o ragioni mediche come alle elementari mi avevano fatto credere a proposito di Corano e Bibbia.

Il pulque. Presso gli aztechi l’uso del pulque era permesso solo all’interno del ristretto ambito rituale: potevano berne i sacerdoti durante le cerimonie, i prigionieri da sacrificare, la nobiltà in occasioni particolari, ma era proibito ai comuni cittadini salvo in occasioni rare e particolari come un matrimonio. La pena per l’uso non autorizzato del pulque era la morte tramite uccisione pubblica con taglio delle mani del cadavere che poi venivano esposte nel mercato in segno di monito. Il pulque, tuttavia, era concesso liberamente ai vecchi. Queste restrizioni derivavano dalla forte valenza sessuale del pulque: tutt’oggi, se di ottima qualità, viene chiamato “latte della vergine” con riferimento alla dea Mayahuel che viene raffigurata come una fanciulla nell’atto di allattare un pesce. Il taglio del cuore della pianta per l’estrazione del pulque è considerata una “castrazione” e il pulque (aguamiel) che esce dalla cavità non è che il pianto della donna-pianta, la dea Mayahuel, causato della sua uccisone tramite l’asportazione del suo cuore praticata dall’incisione.

Nelle società moderne la correlazione tra sesso e cibo è più sottotraccia, ma resta forte la correlazione tra politiche demografiche (sesso), fiscali e alimentari.

Nell’Europa del XVII secolo la correlazione sesso/cibo non è più diretta come per gli aztechi, ma più sfumata anche se era sempre l’autorità religiosa a dare la giustificazione ideologica alle elite per imporre questa o quella pratica alimentare. La patata, importata in Europa dagli spagnoli nel XVII secolo, stentò a diffondersi come pianta edule perché cresceva sottoterra e perciò era un cibo demoniaco, destino condiviso anche dall’arachide. Alla condanna religiosa si affiancò anche la condanna scientifica, dato che le guerre di religione affievolivano il “peso” della condanna religiosa. Le patate erano sospettate di propagare la lebbra – un’accusa indifferente al fatto che la lebbra esisteva nel Vecchio Mondo da ben prima dell’arrivo delle patate. Dal punto di vista delle elite la patata aveva due grossi svantaggi: primo era difficilmente tassabile in quanto un campo a patate si poteva facilmente nascondere ai gabellieri, cosa impossibile da farsi con un campo di frumento o segale. Secondo dà prodotto praticamente tutto l’anno, avendo tre semine (novembre-febbraio, marzo aprile, giugno-luglio), moltiplica esponenzialmente i raccolti futuri (infatti da quattro spicchi di patata si ottengono quattro patate), può essere coltivata con buone rese anche su fazzoletti di terra, quegli orti che i grandi possidenti terrieri lasciavano ai fittavoli per il loro sostentamento man mano che procedevano le enclosures, rappresentando perciò per i contadini una fonte alimentare “in nero”, al di fuori del mercato controllato dallo Stato. La patata si diffuse perciò in Europa non grazie ai cattolicissimi Spagnoli, ma ai protestanti inglesi nell’Europa Nordatlantica e ai valdesi che la propagarono nelle valli piemontesi, in Svizzera, Austria, Germania e poi giù di nuovo nel Veneto, una “strada” indicata dalla linguistica ove l’italiano tartuffoli (in quanto simili ai tartufi) dà il tedesco kartoffel e pomo-de-tera il pomme de terre francese. La patata divenne un alimento base dei contadini europei nelle guerre dei Trent’anni e nelle successive guerre di Successione: nascondere un raccolto di patate ad un esercito di passaggio era molto più facile che nascondere un raccolto di cereali!

Nella maggior parte dell’Europa settentrionale, dove prevalevano i campi aperti, le patate erano confinate nei piccoli orti domestici in quanto l’agricoltura nelle tenute era rigorosamente governata dai prescritti ritmi stagionali per aratura, semina, raccolta e pascolo degli animali nei terreni a maggese o con stoppie. Le patate erano escluse dalla coltivazione su larga scala perché le norme consentivano che sui campi aperti venissero piantati solo grano, orzo o segale.

800px-Various_types_of_potatoes_for_saleMan mano che gli stati nazionali ingrandivano i propri eserciti e la rivoluzione industriale avanzava, le politiche demografiche e alimentari cambiavano. Gli indubbi vantaggi militari della patata come alimento base spinsero i governi a favorirne la coltivazione: nella seconda metà del 1700 in Francia e in Germania i proprietari terrieri promossero la conversione delle terre a maggese in campi per la coltivazione delle patate, e l’accettazione delle stesse come “prodotto tradizionale” (un po’ come pomodoro e peperoncino nel Mediterraneo), aiutati dalla Piccola Età Glaciale e dalla conseguente carestia del 1770, durante la quale i raccolti tradizionali fallirono.

La diffusione della coltivazione della patata, favorita come monocultura, è oggi considerato uno dei fattori che giocarono nel boom demografico della prima rivoluzione industriale: tale esplosione della popolazione europea in presenza di condizioni climatiche sfavorevoli non sarebbe spiegabile se non con un quasi forzato cambiamento delle abitudini alimentari delle popolazioni. Tutt’oggi la patata resta tuttavia in Occidente un cibo da poveri e da junk food.

In Asia la patata venne introdotta verso la fine della dinastia Ming come squisitezza per famiglia imperiale. Verso la fine del regno di Qianlong (1735-96) l’aumento della popolazione, la scarsità dei raccolti e l’enorme mobilità dei contadini spinsero l’imperatore a promuovere il consumo e la coltivazione della patata. Malgrado il celeste esempio, il suo consumo rimase tuttavia basso sia per motivi religiosi (la valenza ctonia) che probabilmente per lo stesso motivo che aveva spinto le elite a favorirla, ovvero la mobilità della forza lavoro contadina. Solo con l’abolizione graduale delle comuni contadine (1979 – 1986) e l’adozione del Household Responsibility System che permetteva piccole fattorie, cominciò la coltivazione della patata come cash crop che incrementava le entrate della famiglia dato che, non essendo ancora all’epoca un alimento base, essa riusciva a strappare prezzi migliori dei cereali tradizionali.

Un ulteriore stimolo venne dalla globalizzazione. L’arrivo delle “French fries” nei fast food all’occidentale (luoghi alla moda per l’elite comunista cinese) diedero alla patata la spinta che nessun editto imperiale o delibera del Politburo aveva ottenuto, perché in società dove esiste una più netta separazione tra laico e religioso e dove il metodo scientifico occidentale si è diffuso, le politiche alimentari puntano più sulla persuasione che sulla proibizione. Dal 1993 la Cina è il primo produttore mondiale di patate.

La persuasione attraverso l’esempio delle elite radical chic ha un forte impatto nella società globalizzata e connessa, ma i governi non rinunciano mai all’elemento repressivo che accoppia politiche fiscali coercitive, le “sin taxes” (tasse sul peccato), con i bandi veri e propri. La più famosa delle “sin taxes” è stata quella sugli alcolici del Proibizionismo americano. Essa dimostrò esemplarmente che quando si applica l’etica all’economia, il risultato è il fallimento e la distruzione sociale. Un altro esempio di questo paradigma è dato dal fallimento delle economie socialiste. Oggi le tasse “sin taxes” si accoppiano a una nuova politica alimentare: quella ecologica.

L’ecologia nasce nell’Ottocento come scienza razzista, si sviluppa negli anni Trenta come scienza nazista e, nella sua applicazione sociale odierna, è l’epitome dell’elitarismo radical-chic occidentale. L’ecologia è affare di elite, per elite e, come già individuato dal Rapporto Brundtland (1987), ha come principale nemico i poveri visti come esseri inquinanti sia da un punto di vista demografico che da quelli strettamente ambientale. D’altra parte anche l’industria ha sempre meno bisogno di lavoratori unskilled almeno nelle aree metropolitane. La Green Economy, anch’essa profondamente intrisa di moralismo, promuove una politica alimentare tutta tesa alla decrescita demografica, da ottenersi con politiche mirate sugli alimenti base. Tutti sanno che la resa dell’agricoltura biologica è molto inferiore a quella dell’agricoltura industriale. Un’adeguata campagna per i cibi bio, la proibizione degli OGM e le sin taxes sul cosiddetto junk food, unite alla persuasione mediante l’esempio delle elite, sono la miscela che dovrebbe far calare la popolazione mondiale. La speranza è che i “poveri” rispondano alla mancanza di cibo non aumentando il numero dei figli, ma diminuendolo. Sarà così?

Flavia Busatta: insegnante in pensione, vive e lavora a Padova. Nel 1972 insieme ad altre compagne contribuisce a creare il movimento femminista italiano e le tematiche di casta e classe hanno segnato tutta la sua opera. Nel 1978 con la sorella Sandra ha scritto Meglio Rosso che Morto e organizzato la prima conferenza con un nativo americano, Wallace Black Elk, esperienza che l’ha portata a fondare l’associazione SOCONAS INCOMINDIOS. Nello stesso anno partecipa ai lavori della Sottocommissione per i Diritti Umani e contro l’Apartheid all’O.N.U. a Ginevra. Nel 1980 è delegata per l’Italia al I Convegno Indio a Ollantaytambo (Peru) e al IV Tribunale Russell a Rotterdam. Nel 1983 partecipa alla Second World Conference to Combat Racism and Racial Discrimination presso le Nazioni Unite a Ginevra; nel 1988 partecipa al convegno Urihi a Milano e alla International NGO Conference for Action to Combat Racism and Racial Discrimination in the Second UN Decade, a Ginevra, attualmente continua a essere presente ai meeting dei gruppi di solidarietà europei e a riunioni internazionali. Ha contribuito a organizzare mostre, convegni e corsi di aggiornamento per insegnanti sui nativi americani tra cui La Riscoperta dell’America (festival nazionale dell’Unità di Genova 1989), l’Apocalisse piumata (Arezzo, 1992), Indiani di carta (Padova, 1995) e Gli Indiani Hopi e un Freudiano (Padova 1997), “Da Montezuma a Massimiliano. Itinerari messicani attraverso le ‘camere delle meraviglie’ e la collezione Bottacin” (Padova 1998) . Autrice di Segnali di Fumo: l’Indiano eterno (Edizioni del Grifo 1988), di 1492 – 1992: L’apocalisse piumata – Indiani e Indios da Toro Seduto a Chico Mendes (Editori del Grifo, 1992) e del Il respiro del sacro. Miti e riti della Sacra Pipa (Angolo Manzoni Ed. 1996) nonché di numerosi articoli sempre sul tema dei nativi americani. Ha scritto anche il volume “Il gene dell’immortalità”, Calusca Edizioni (1995) sull’uso delle biotecnologie. Fondatrice ed editrice della rivista «HAKO» (1994 – 2009), sulle tematiche dei nativi americani, attualmente cura la pagina web www.femminismo ruggente.it che contiene tutto il materiale femminista presente nel Fondo “Sorelle Busatta” e quella di Hako che tratta tematiche di antropologia, archeologia, e dove è anche possibile trovare tutti i numeri della rivista HAKO. Fa parte di Antrocom Onlus. Accurata artigiana e riproduttrice di oggetti di cultura materiale dei nativi americani e della preistoria europea, ha fornito consulenza per collezioni private, istituzioni e musei. Attualmente si diletta anche di grafica 3D e sta da scrivendo e illustrando la graphic novel di fantascienza in lingua inglese “Canals of New Mars”.

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