“A cena con gli Ottomani”: antropologia e cultura della cucina Turkmena

Lavorare a un progetto grande come A cena con gli Ottomani, che si è tenuto a Roma il 20 maggio scorso, ha indubbiamente concentrato tutta la mia attenzione, capacità e energia dai primi di gennaio fino ad oggi. Questo evento poliedrico, completamente nuovo nella concezione e nell’offerta, è stato portato avanti da me e Irene Fabbri, entrambe antropologhe dell’alimentazione ed entrambe decise a dare vita a qualcosa che, secondo noi, ancora non era ancora presente sul “mercato” della cultura legata alle cucine del mondo. Un evento, quindi, che riuscisse a immergere totalmente il pubblico nei sapori e nei saperi di un popolo passando attraverso la ricostruzione del suo contesto storico attraverso tre dimensioni: cultura, arte e cibo.

Personalmente penso che questa sia una delle capacità peculiari dell’antropologo: riuscire a dare a una ricerca, a uno studio, e in questo caso a un evento, quella profondità che manca a un approccio puramente storico, e che si concretizza in un “perché?” che è problematizzazione dell’ovvio.

Chi mi segue da un po’ sa benissimo qual’è il mio chiodo fisso, catturare l’essenza di un tempo, di un popolo, di una terra, di una tradizione non per cristallizzarla in un sapere erudito, sterile, museale ma per riuscire a trasmetterla ancora viva, in grado di dare ancora senso al nostro vivere quotidiano, troppo spesso dato per scontato, impigriti come siamo da una società che ci preferisce narcotizzati dall’effimero.

La sfida era quella di convincere le persone a uscire di casa, o dall’ufficio, alle 17 di un lunedì, e farle arrivare al Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’ (MNAO) con il desiderio di imparare qualcosa di nuovo provando al contempo delle emozioni profonde, abbattendo così il famoso “paradosso della culturache vive del nuovo, ma che vede tutti accorrere per vedere le cose che già si conoscono e pochi sforzarsi di capire quello che non conoscono.

E la sfida è stata vinta, già 3 giorni prima della sua data “A cena con gli Ottomani” aveva esaurito tutti i 150 posti disponibili per il pubblico, aprendo addirittura una lista di attesa.

Da capire, da conoscere stavolta è stata la cucina della Turchia del periodo Ottomano che, proprio per la sua peculiarità di essere ponte verso il Mediterraneo, sia geograficamente che culturalmente, poteva ben chiarire le origini di molte consuetudini alimentari ormai considerate “nostre” e aiutare a educare a quella nozione di metissage culinario che è alla base di quel costante cambiamento culturale che è la tradizione.

In 623 anni l’Impero Ottomano non solo è stato uno dei più longevi della storia ma anche uno dei più grandi. Nel suo massimo splendore si estese dallo Yemen all’Europa centrale, da Algeri a Baghdad, occupando territori abitati da popolazioni diverse per lingua, etnia, religione e tradizioni culinarie. Conquistando genti e paesi i Turchi assorbirono anche prodotti, ingredienti e i migliori piatti dei luoghi in cui arrivarono a dominare, adottarono dai greci l’olio d’oliva (al posto del grasso di montone), dai persiani lo zafferano, il caviale e le verdure ripiene di carne e riso (dolma), dall’Anatolia la frutta secca e la pasta sfoglia, dagli Egiziani le spezie, dagli Yemeniti il caffè. Vero e proprio esempio di metissage culinario, i Turchi riuscirono così a far dialogare i sapori arabo-persiani con quelli greco-romani all’interno della precettistica religiosa coranica. Mescolando tutte queste tradizioni i Turchi ottomani diedero vita a una delle grandi cucine del mondo che ancora oggi prevale ben al di là dei confini della Turchia del presente post-ottomano.

Ci premeva di far capire come l’antropologia dell’alimentazione utilizzi il linguaggio universale del cibo per conoscere le culture e le interazioni che l’ambiente ha avuto nella costruzione di ogni tradizione alimentare. Un linguaggio, quello del cibo, che si articola, popolo per popolo, in una grammatica che cambia continuamente e nel suo mutamento si arricchisce e offre alla tradizione un nuovo significato, quello del divenire. Quel cibo che si crede unico ha, al contrario, una storia che viene da molto lontano e racconta di ispirazioni e innumerevoli prove, parla di persone e culture diverse che si sono incontrate ad un banchetto e hanno dato vita proprio a quel metissage culturale e culinario che ha portato me e Irene a intraprendere un lungo viaggio dallo splendido palazzo del Topkapi al Museo Nazionale di Arte Orientale.

La sfida dell’antropologia dell’alimentazione nell’era globale non è solo quella di ricercare questi significati, ma di capire quante nuove parole questi significati aggiungeranno alla nostra grammatica: quelle che abbiamo voluto aggiungere con “A cena con gli Ottomani” sono incontro e arricchimento: di culture.

Italia e Turchia si sono ritrovate a tavola, passando attraverso il libro della prof.ssa Maria Pia Pedani “La grande cucina ottomana. Storia di gusto e di cultura, le stupende collezioni museali dedicate al periodo ottomano che il MNAO ha restaurato e messo per la prima volta in esposizione per questa occasione, e infine nel banchetto storico, curato dallo chef dell’ambasciata della Repubblica di Turchia, che ha permesso a tutti i partecipanti di assaggiare le ricette più famose della cucina ottomana. Tre momenti in forte dialogo tra di loro, unici ma al tempo stesso concatenati. Io e Irene continueremo a lavorare con uno sguardo al passato e le infinite possibilità offerte dalla nostra vista sul futuro, certe che l’antropologia dell’alimentazione continuerà a ricercare, studiare e diffondere l’importanza del metissage culturale che inizia a tavola e raggiunge chiunque vorrà unirsi a noi.

Questo viaggio bellissimo e avventuroso non sarebbe stato possibile per me senza Irene, a lei va tutta la mia stima e il mio barbarico grazie!

2 Replies to ""A cena con gli Ottomani": antropologia e cultura della cucina Turkmena"

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    Rossella 4 giugno 2013 (9:50)

    Bello leggere il punto di vista di chi ha organizzato tutto quanto. Da spettatore l’evento è stato interessante, piacevole e curioso anche per tutte le curiosità che ha fatto nascere.
    La presentazione del libro è stata coinvolgente e per niente didattica. Secoli di storia sapientemente raccontati attraverso il cibo hanno fatto percepire la storia non una materia noiosa.
    Vedere le collezioni del museo è stato curioso, anche perché fatto prima di avventarsi sul cibo quasi tutto da conoscere.
    Brave Lucia ed Irene.

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      Lucia Galasso 4 giugno 2013 (10:02)

      Grazie Ross, ma soprattutto grazie di essere stata dei nostri! 🙂

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